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A fine luglio in Liechtenstein, un microstato tra Austria e Svizzera, si è conclusa una raccolta firme per chiedere di legalizzare l’aborto, ora vietato in quasi tutti i casi. È un’iniziativa notevole, ma difficilmente riuscirà nel suo intento: il Liechtenstein è un paese in genere molto cattolico e conservatore, governato da un principe reggente che si è sempre opposto alla legalizzazione dell’aborto e ancora oggi rappresenta il principale ostacolo a qualsiasi cambiamento in materia.

Nel paese i medici che praticano un’interruzione volontaria di gravidanza sono puniti con il carcere, con pochissime eccezioni: se ci sono gravi rischi per la salute della donna; se la gravidanza è il risultato di una violenza sessuale; oppure se riguarda una ragazza rimasta incinta prima di aver compiuto 14 anni. La legge vieta anche di fare informazione sull’aborto: significa, tra le altre cose, che non ci sono informazioni pubbliche su possibili servizi disponibili all’estero, e che non esistono centri che possano dare assistenza o fare sensibilizzazione sul tema (anche se alcuni gruppi anonimi si sono comunque organizzati per dare informazioni online).

Si stima che più o meno 40 donne ogni anno dal Liechtenstein siano costrette ad andare all’estero per interrompere una gravidanza, spesso nelle vicine Austria e Svizzera, coprendo autonomamente tutti i costi. Il Liechtenstein è più piccolo della città di Milano e ha poco più di 40mila abitanti.