Melissa ha una lunga treccia nera che non passerebbe inosservata in nessun contesto, figuriamoci in carcere. Melissa è francese ma di origini magrebine, dunque ancora più “straniera” in un’isola anche linguisticamente indomabile come la Corsica. Melissa infatti è appena arrivata dalla Francia continentale con marito e bambini per fare la guardia carceraria a Borgo, centro di detenzione “a regime libero” su cui corrono strane voci. La più insistente sostiene che a Borgo siano i detenuti a sorvegliare le guardie, non viceversa, ma chissà se è vero. E chissà se il tacito patto di non belligeranza che vige tra clan rivali dietro le sbarre è una leggenda. O una realtà – provvisoria – che può spingere poliziotti e secondini a esporsi troppo con i detenuti.Altro non diremo perché il quarto film di Stéphane Demoustier, già autore dell’inquietante “La ragazza del braccialetto”, è a suo modo un poliziesco. Alternata alla vita quotidiana di Melissa, scorre infatti l’indagine dello stralunato commissario Michel Fau su un duplice omicidio consumatosi all’aeroporto («Non preoccupatevi, è solo un film», ripete il killer ai passanti per tranquillizzarli).Per scoprire cosa lega i due lati del racconto dovremo aspettare. Poco a poco intuiamo che quella giovane secondina cortese ma ferma ha concesso qualcosa di troppo. È diventata diciamo ricattabile. Ma perché? Qui il film si fa appassionante e insieme insoddisfacente perché apre troppe piste. Una è l’attrazione, certo, un’altra il denaro, anticamera del potere. Ma forse, è la pista più interessante benché appena accennata, il “clic” che avvicina Melissa ai criminali è il culto della forza, l’uso delle armi. Insomma il proibito per eccellenza. Qui però “Borgo” si complica e un poco si sfalda.Si può capire il partito preso: è impossibile “spiegare” Melissa, la natura del suo legame col giovane detenuto Saveriu (Louis Memmi), l’amore che malgrado tutto la lega al marito (Moussa Mansaly). Ed è giusto per una volta schivare, con le facili certezze, il verismo, lo studio d’ambiente, la pseudoantropologia di tanti film e serie “crime” italiane. Demoustier cerca altro: la zona grigia che unisce banditi e complici (in)consapevoli. ma punta tutto sul carisma della protagonista Hafsia Herzi, l’ex ragazzina di “Cous-Cous”, ora anche ottima regista (suo il recente “La più piccola”), e trascura i mille dettagli che rendono verosimile l’inverosimile. Lo scioglimento (l’aeroporto) nasce dalla cronaca, il resto è pura speculazione. A tratti, purtroppo, si sente. Ma il film, irrisolto, resta insolito, molto interessante.