L’interesse personale di diverse aziende, ora dominanti, ha eroso i valori del web. I valori di una collaborazione senza frontiere». «Il rapido progresso dell’intelligenza artificiale ha aggravato queste preoccupazioni». E se lo dice lui, il creatore del web, Tim Berners Lee, qualcosa di vero ci deve essere.I suoi timori sono certo condivisi dalle molte aziende editoriali che hanno visto il tracollo del traffico dopo l’arrivo dell’intelligenza artificiale integrata nel motore di ricerca Google. Un calo tra il 45 e il 30 per cento per testate storiche come Washington Post, Business Insiders, Reuters, Usa Today, Time, a giugno 2026 rispetto all’anno prima, secondo i nuovi dati dell’azienda specializzata Semrush. Del 10-20 per cento, per il Wall Street Journal e il New York Times.Tanto che ora i principali giornali mondiali, a quanto dichiarano, stanno valutando ciò che prima era impensabile: sparire da Google, in modo così da non subire più quello che giudicano un furto dei propri contenuti (e tale lo indicano nelle numerose cause in corso contro le Big Tech dell’Ia).Il divorzio da Google, che finora è stata fonte di traffico importante per i giornali, è una extrema ratio che ha il sapore dell’impotenza. I giornali vedono, ogni giorno di più, erosa la propria audience (e ricavi) da una concorrenza paradossale. Il paradosso: i chatbot forniscono risposte dirette ai lettori sfruttando i contenuti giornalistici di quelle stesse testate che ora sostituiscono come fonte informativa. Tre utenti su quattro si limitano a restare sul chatbot Ia di Google, senza navigare sul web, secondo una recente stima di Growth (newsletter specializzata in marketing digitale).E sì, di fronte al danno c’è impotenza, perché finora né norme né i giudici sono stati in grado di tutelare i giornali; né tanto meno la politica: «Sembra che interessi a pochissimi questo problema, da cui però dipende l’esistenza di un presidio fondamentale per la democrazia», spiega Mario Morcellini, professore emerito di sociologia alla Sapienza.Ad aprile l’associazione degli editori di giornali italiani Fieg ha scritto ad Agcom (Autorità garante comunicazioni) chiedendo aiuto. Sostiene che l’Ia sta sottraendo almeno il 15 per cento del traffico ai giornali italiani e così ne minaccia la sopravvivenza.La Fieg nota un altro pericolo, evidenziato anche da alcuni ricercatori di settore: «L’Ia non solo depaupera il panorama informativo, minando la sussistenza di molti giornali e quindi il pluralismo, ma pure lo inquina», dice a L’Espresso Theresa Josephine Seipp, ricercatrice all’Institute for Information Law, Università di Amsterdam. «Le Big Tech sono diventate i nuovi intermediari dell’informazione di massa, con un’enorme concentrazione di potere». «Invece di esporre i cittadini a una pluralità di punti di vista, questi sistemi possono rafforzare convinzioni già esistenti, intensificare la polarizzazione politica, fino a forme di manipolazione di massa e disinformazione», aggiunge la ricercatrice.Sono gravi rischi per la democrazia e il dibattito pubblico, come emerge in uno studio della stessa università di Amsterdam, pubblicato nel 2026.La novità di questi giorni è però che si è accesa una fioca luce di speranza. In Europa e in Italia. Il 23 luglio la Commissione europea ha sanzionato Google, per questioni di concorrenza sleale, per 890 milioni di euro. La sanzione – nota la Commissione – si basa su principi che valgono anche per l’Ia di Google integrata nel motore di ricerca. Su questo ha avviato una discussione con l’azienda. L’autorità di settore del Regno Unito ha chiesto invece al colosso almeno di concedere l’opt out dall’Ia, insomma il diritto a non essere usati come materia prima per le risposte del chatbot. Diritto che finora è solo teorico: chi chiede l’opt out dall’Ia viene escluso anche dal motore di ricerca Google e subisce un danno quindi sul traffico. L’azienda si dice disposta a offrire, in un futuro imprecisato, questo diritto di opt out limitato all’Ia, agli editori inglesi e poi in tutto il mondo.Un contentino che però non basta all’Ue e nemmeno all’Italia. «A differenza degli Usa, le nostre norme consentono una forte tutela dei contenuti coperti da diritto d’autore nei confronti dell’uso che ne fa l’Ia», spiega a L’Espresso la commissaria Agcom Laura Aria.Agcom ha quindi chiesto l’intervento della Commissione europea, per sospetta violazione del regolamento Ue Dsa (Digital services Act) e a luglio ha avviato un tavolo di lavoro con diversi soggetti interessati. Obiettivo: «Aggiornare, all’era dell’Ia, le regole sull’equo compenso agli editori», spiega Aria.La norma sull’equo compenso stabilisce che le Big Tech dovrebbero pagare gli editori ogni volta che utilizzano le loro notizie, su motori di ricerca e sui social (eccetto per estratti molto brevi). Il prezzo però è calcolato in base al traffico che arriva agli editori da quelle piattaforme. «Ma l’Ia scardina il sistema, perché quel traffico lo fa sparire», dice Aria. Di qui la necessità di un nuovo sistema di compensazione.Facile a dirsi. Il problema è che «nemmeno il vecchio equo compenso finora dà frutti. Le Big Tech non pagano, a quanto risulta», spiega Luciano Daffarra, avvocato tra i più noti in ambito di diritto d’autore internazionale. Sospetto confermato dalla documentazione che Agcom fornisce a L’Espresso: tutte le Big Tech in questione (Google, Meta, Microsoft) hanno contenziosi in corso con gli editori, sull’equo compenso. «Meta ha persino perso una recente causa alla Corte di Giustizia Ue a maggio, con Gedi, ma temporeggia ancora sul pagamento», dice Daffarra. Da Agcom si apprende che solo un editore (Caltagirone, del Messaggero) ha ottenuto (con Microsoft) un accordo (di entità riservata). «A marzo una risoluzione del Parlamento Ue supporta l’idea che l’equo compenso si può estendere anche all’Ia», spiega Aria. Ma non è vincolante e tutto lascia pensare che il braccio di ferro con le Big Tech sarà lungo. Se queste sono pronte a ogni battaglia (e trascinamento di piedi) ogni volta che si tratta di adeguarsi a norme e sanzioni Ue, figuriamoci in questa situazione di incertezza giuridica. «Non è facile capire cosa deciderà la Commissione, poiché il Dsa è stato pensato in un’epoca precedente a questo problema», dice Giovanni De Gregorio, accademico in diritto della tecnologia presso la Católica Global School of Law di Lisbona. «Però la questione può rientrare nell’ambito del Dsa, che serve a tutelare gli utenti nei confronti delle minacce al pluralismo in ambito digitale», aggiunge. Molti esperti sono d’accordo sul fatto che il tema non sia legale, ma politico. «Le norme a tutela degli editori nei confronti dell’Ia ci sono, in Europa, e fa bene Agcom a interessarsene. Il dubbio riguarda la prova sul campo di quelle norme: nelle corti e nelle azioni delle authority», spiega Oreste Pollicino, ordinario di diritto costituzionale e AI Regulation alla Bocconi di Milano (è anche stato nominato esperto presso la Commissione Ue). L’Europa può continuare a fare leggi e sanzionare, insomma, ma le Big Tech hanno gli strumenti per opporsi a lungo. Certo, soprattutto finché alla Casa Bianca c’è Donald Trump. Più volte, il presidente Usa ha minacciato l’Europa di ritorsioni, per sanzioni e regole che considera discriminatorie verso le “sue” Big Tech americane.«L’Ue deve scendere a patti con l’alleato atlantico, trovando un compromesso; altrimenti sanzioni e regole sono esercizio vano», è il consiglio pragmatico di Daffarra. Forse, purché si faccia presto. L’aria, per molti giornali, già comincia a finire.