La buona notizia è che le relazioni non sono così morte, almeno le clandestine conservano un leggero margine di zozza operatività. Persi invece gli amori dei famosi, ormai esperti vietkong della negazione, vedi le nuove coppie come Tom Holland e Zendaya, politica zero brioche al popolo. Per l’intrattenimento abbiamo solo la gentarella comune, ce la vediamo tra noi. E’ il terzo agosto di fila con una coppia di cornificatori filmata e rovinata. E’ diventato l’unico pettegolezzo estivo che ci possiamo permettere. L’anno scorso i due povericristi al concerto dei Coldplay, l’anno prima il caso Segre vs. Seymandi, l’inarrivabile numero zero, la meraviglia delle meraviglie. Quest’anno vacche un pochino magre: un video pubblicato su TikTok mostra due banali avvocati mentre si baciano su una panchina di Central Park. Il filmato dell’influencer (su quel soggetto servirebbe un editoriale: una determinazione sinistra, una ferocia puritana da gelar le mani) ha milioni di visualizzazioni. I due sono identificati. Whistleblowing in ufficio, carriere alle ortiche.Però, però. Queste erano iatture delle celebrità, Hollywood, cosa c’entriamo adesso tutti? Il contratto con le star era chiaro, ti danno soldi e successo e in cambio prendi invadenza: corna, fotografie, pettegolezzo. Ora il quidam in mezzo alla strada rischia le riprese uguale, è un’ingiustizia. Chi viene inquadrato e chi per caso no: si tira la monetina. E poi la privacy? Non esiste più? Non conta niente? Per secoli il diritto alla privacy (ius excludendi alios dei romani, il diritto al recinto) non era stato un diritto autonomo ma una conseguenza. I muri delle case tenevano riparati e i dispositivi non erano quelli contemporanei. Poi la lentezza faceva il resto e non consentiva diffusioni massicce, la vita privata era protetta dalla debolezza dei mezzi umani. Ti pescavano mentre uscivi da qualche letto sbagliato e la voce correva con moderazione, alla velocità della voce, un venticello. Il pettegolezzo se la doveva vedere col dubbio e incontrare altre persone, esponendosi alla deformazione. L’oblio era una specie di legge fisica, quindi non ci voleva troppa fatica a mantenersi riservati mentre si facevano le porcherie.Era il 1890 quando Samuel Warren e Louis Brandeis pubblicarono sulla Harvard Law Review l’articolo che fondò l’intera disciplina: The Right to Privacy. Stupenda la definizione, ancora non ne ho trovata una migliore: right to be let alone, il diritto di essere lasciati in pace. La privacy era un diritto nuovo perché nuovo era il potere dal quale doveva difendere l’individuo: non si trattava di grufolare nelle cose degli altri, ma della possibilità fetente di estrarne un frammento – delle vite non nostre – dal contesto in cui si era prodotto, riprodurlo e trasportarlo altrove. Un comportamento compiuto in pubblico può essere trasformato in spettacolo? Il diritto alla privacy dice di no, i tempi moderni dicono sì eccome. Ancora, ancora!La differenza tra sapere e poter diffondere oggi si è sciolta. Vedere vale quanto registrare: con gli occhialetti malefici di Zuckerberg ci faranno di tutto. “Ma c’è la lucina rossa che avverte della ripresa!” – dicono. E capirai. Registrare-pubblicare-identificare-far fare una brutta fine: i social hanno saldato tutti i passaggi e questo è il risultato. Certo, il diritto continua a esistere. Esistono norme sul trattamento dei dati, sulla tutela dell’immagine, sulla vita privata, sulle comunicazioni e sulla responsabilità delle piattaforme, esiste tutto. Abbiamo autorità indipendenti, procedure di rimozione e domande di risarcimento. Puoi andare da un avvocato e pagare una bella parcella e magari vedrai tre soldini, ma la vita di prima chi te la ridarà? Nessuno. E’ un diritto risarcitorio, ormai, la privacy? In più corriamo dietro alle infrazioni a cavallo di un elefante: il nostro sistema di giustizia. Che non è l’animale più svelto della savana. Quando si arriva al provvedimento, il fatto ormai è diventato meme, leggenda dell’internet e si è trasformato in seicento articoli di giornale e dieci milioni di commenti.Concludo la lunga predica: per il futuro la privacy andrà a fortuna e le possibili invasioni nelle nostre vite non verranno per interessi particolari ma per i cinque minuti noia di chi ci capita davanti con gli occhiali del demonio. Ho il dubbio che questi tempi si stiano facendo troppo interessanti.
Anche quest’anno coppie di cornificatori sotto i riflettori. Ma la privacy?
L’anno scorso i due povericristi al concerto dei Coldplay, l’anno prima il caso Segre vs. Seymandi. Quest’anno vacche un pochino magre: un video pubblicato su TikTok mostra due banali avvocati mentre si baciano su una panchina di Central Park






