Roma. Di questi tempi si direbbe che bisogna fermare l’escalation (del campo largo). Elly Schlein lo fa a modo suo: “Non funziona così. Prima il programma condiviso”. La segretaria dem stoppa la fuga in avanti dell’alleato-rivale, risponde a Giuseppe Conte, secondo cui la linea su Kyiv, sulle armi, sarebbe stata decisa attraverso le primarie. Altro che tavoli. “Ma adesso non perdiamoci in discussioni tra di noi”, aggiunge la leader dem ricordando che l’avversario è Meloni. Ma certo le parole pronunciate dall’ex premier hanno agitato un’altra volta le acque, perché la prospettiva evocata da Conte, una campagna per le primarie, giocata sul tema Ucraina, preoccupa il Nazareno (e non solo i riformisti). Per alcuni dirigenti, di rito schleiniano, è solo il gioco delle parti. Ci sono Grillo e Dibba alla finestra, ma il rischio è che i dem passino per i guerrafondai del campo largo. Senza contare che sarebbe molto complicato, al di là di chi diventasse leader, tenere insieme tutti gli elettorati. Nicola Fratoianni, che pure nel merito la vede come Conte, concede il beneficio del dubbio: “Forse gli è uscita male”. Poi puntualizza: “Non è scritto da nessuna parte, chi vince le primarie non è il capo”. E non sono i gazebo a fare il programma, che “invece si decide prima”. Quando? “Da settembre a novembre mi sembra ragionevole”, risponde al Foglio. Ma intanto c’è da far passare l’estate. Matteo Renzi – che ieri era in provincia di Modena con Bonaccini alla Festa dell’Unità e già si era detto pronto a firmare un accordo anti ribaltone – ora lancia “un patto di ferro da sottoscrivere prima: il giorno dopo tutti insieme”. Per il leader di Iv l’orizzonte – il collante – è il 2029, l’elezione del prossimo capo dello stato. L’unità è la condizione per battere Meloni. Ne è convinto anche Riccardo Magi, segretario di Più Europa. Ma non a tutti costi, perché il sostegno a Kyiv è imprescindibile. Ecco l’ultimatum: “Se le primarie definiscono il programma, non ci stiamo. No alla logica del talent show”. Anche in questo caso si confida, si spera, nel tavolo (e nel fresco) di settembre. Ma prima c’è quanto meno da salvare il ferragosto: domani in aula arriva Giancarlo Giorgetti per le comunicazioni sulla clausola di flessibilità su energia e difesa. Le opposizioni diranno no alla mozione del governo, “niente deleghe in bianco”. Ma fin qui è facile. L’obiettivo, come al solito, sarebbe presentarsi con una risoluzione unitaria. Ma come altre volte, quando si parla di campo largo, non è detto che accada. Anzi: ieri i parlamentari disposti a scommettere sulla mediazione non erano poi molti. C’entra lo scatto di Conte, ma anche il precedente della settimana scorsa: 5 mozioni differenti sulle missioni internazionali. “Ma dividerci sarebbe da cretini”, dice un dirigente del Pd che sta seguendo da vicino la partita. Il timore che si vada sparpagliati esiste anche tra i più testardamente unitari. Riccardo Ricciardi, il capogruppo M5s alla Camera, infatti si tiene le mani libere: “Una risoluzione unitaria? Prima vediamo quello che accade”. Questa sera Giorgetti – alla vigilia delle comunicazioni in Aula – farà un passaggio davanti gli Uffici di presidenza delle commissioni Bilancio della Camera e del Senato. Una richiesta sottoscritta dai capigruppo a Palazzo Madama di Pd, M5s, Avs e Iv, per vederci chiaro sui conti dell’Italia, per avere un riferimento normativo ed evitare che la comunicazioni si riducano “a un passaggio di valore esclusivamente politico e non coerente con l’impostazione della nuova governance europea”, si legge nella missiva mandata a La Russa nei giorni scorsi proprio per chiedere la convocazione del ministro dell’Economia. Altro che Safe. Poi, Ucraina permettendo, si cercherà di trovare la quadra anche sulla risoluzione.Ruggiero Montenegro