Sono passati più di sedici anni da quella denuncia anomina che il 7 giugno 2010 innescò i primi accertamenti dei magistrati contabili. Un alert che anticipò di diciotto giorni l’esposto del direttore regionale dell’Inail, con l’esito dei primi controlli interni. Segnalazioni concordi nel denunciare che tre dipendenti della sede lombarda dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro avevano volutamente gonfiato le fatture di alcune ditte fornitrici per ricavare un abbondante “tesoretto” illegale da utilizzare per ristrutturare o arredare le loro case o quelle di alcuni parenti, usufruendo proprio dei servigi di quelle aziende.
Nei giorni scorsi, è arrivata la sentenza della seconda sezione d’appello della Corte dei Conti, che ha reso definitive le condanne di primo grado per il sessantanovenne Giuseppe P. e per il settantenne Maurizio D.C.; il terzo imputato, il sessantunenne G.L., di cui è stata accertata l’incapacità irreversibile per i gravi traumi riportati in un incidente avvenuto nel 2015, è stato dichiarato contumace perché la sua amministratrice di sostegno non ha risposto all’atto di notifica. I tre devono risarcire in totale più di 300mila euro, per l’esattezza 322.287,25 euro.








