“Sia chiaro: il problema esiste. Ma cercare di risolverlo a pochi giorni dal voto è molto imprudente”. Massimo Luciani, professore ordinario di Diritto pubblico alla Sapienza di Roma nonché presidente emerito dell’Associazione italiana costituzionalisti, non crede che il voto a distanza per il Quirinale sia un’opzione praticabile.

Negli ultimi giorni, con l’aumentare dei contagi dovuto alla variante Omicron, il tema si pone sempre con più forza: come fare se, a ridosso del 24 gennaio, i parlamentari positivi o in isolamento saranno in tanti? C’è chi caldeggia il voto da remoto, per ovviare alle assenze, alle difficoltà nel raggiungimento del quorum e anche al fatto che un elevato numero di positivi potrebbe influire temporaneamente sulla geografia parlamentare. Sulle maggioranze, insomma. Per il professore si tratta di questioni molto serie, che ovviamente vanno tenute in considerazione. Ma che non possono essere risolte immaginando un voto a distanza. Perché quest’opzione, norme alla mano, non è così semplice da confezionare.

Professore, le elezioni del presidente della Repubblica cominceranno quando il picco dei contagi sarà sempre più vicino. Alcuni suoi colleghi sostengono che si possa prevedere per i grandi elettori positivi o in isolamento il voto a distanza. È un’opzione costituzionalmente perseguibile?