(Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Valter Vecellio, attivista, politico e giornalista)
Stellarmente lontano dalla “filosofia” che anima “Il Fatto quotidiano”, non c’è mattina che non ne acquisti copia; non c’è mattina che non sia o il primo, o il secondo, massimo il terzo giornale che sfoglio e compulso: quasi sempre in dissenso con il suo direttore Marco Travaglio, che tuttavia ammiro per la straordinaria capacità di lavoro, la memoria, l’acribia, l’indubbia organizzazione e “tecnica”, e anche le “fonti” di cui dispone (un po’ meno per l’attitudine a calcare la mano su difetti fisici di chi prende di mira; ma in questo è in nutrita compagnia). Sono parimenti intrigato, per citare due soli nomi, dalla perizia analitica di Antonio Padellaro: che si avventura nelle complicate vicende politiche italiane, e le tratta con sottile, perfida ironia. E poi il mio amico Furio Colombo, di cui invidio i “saperi”, le ramificate conoscenze e le fascinose amicizie; la capacità di collegare tra loro una quantità di punti, e ricavarne mirabili trame; ha festeggiato da poco 91 anni e conserva una straordinaria curiosità e attenzione per le cose che lo circondano.
Epperò… Cadono, letteralmente le braccia, nel leggere la telegrafica risposta del direttore a un lettore che scrive del caso di Angelo Burzi. “Aveva patteggiato”, annota Travaglio, “la pena di un anno di reclusione, definitiva. Poi nel secondo appello gliene hanno aggiunti altri due per episodi diversi. Chi parla di innocente perseguitato non sa letteralmente quel che dice, oppure mente sapendo di mentire..”. Poche parole, da cui trapela un cinismo, e s’indovina una punta di disprezzo che sgomentano.
