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Il campo profughi di Kigonze, nel nordest della Repubblica Democratica del Congo, dall’alto appare come una distesa di rettangoli bianchi regolarmente disposti in file e colonne a formare un rombo di circa 0,2 chilometri quadrati, metà della Città del Vaticano. I rettangoli sono le tende dove vivono circa 20mila persone sfollate a causa delle violenze tra milizie etniche rivali che da decenni vanno avanti nella zona di confine con Uganda, Ruanda e Burundi.
Kigonze è nella provincia dell’Ituri, la più colpita dalla recente epidemia di ebola. In poco più di due mesi dai primi casi segnalati, i morti sono più di 1.500 su quasi 3.500 persone contagiate: è diventata la seconda peggiore epidemia di ebola dopo quella che si sviluppò in Africa occidentale tra il 2014 e il 2016, durante la quale ci furono 11mila morti (questi sono i dati ufficiali, con tutta probabilità sottostimati). I morti e i contagi stanno crescendo molto più velocemente delle precedenti epidemie di ebola: per quella del 2014 ci vollero otto mesi prima di arrivare a mille morti.
Il virus si diffonde facilmente nei campi profughi, dove la pessima situazione umanitaria contribuisce a peggiorare anche quella sanitaria. A Kigonze sono morte 55 persone tra l’inizio di aprile e la fine di giugno, più di 18 morti al mese a fronte di una media di 2 nei periodi precedenti. Almeno per quattro di questi decessi è stato confermato il legame con l’ebola, ma molte famiglie hanno rifiutato di sottoporsi ai test per mancanza di fiducia nelle autorità.









