Isabella Perugini
“Non si adatta certamente alla brutalità del consumismo” scriveva Mario Soldati, “testabalorda, anarchico e individualista” lo apostrofava Luigi Veronelli. I due pionieri del racconto del vino italiano lo amavano entrambi, ma in un’epoca in cui la viticoltura stava facendo passi in avanti il Grignolino veniva considerato un vino non di immediata comprensione e peraltro di difficile produzione. Non veniva ritenuto capace di invecchiamento: “va bevuto giovane” sosteneva Veronelli, “sopporta male i viaggi” ribatteva Soldati. Oggi invece è tutta un’altra storia e per conoscerla bisogna attraversare le colline del Monferrato alessandrino e astigiano.
Facciamo un passo indietro. Un recente studio del CNR ha evidenziato che il dna del Grignolino presenta una stretta parentela con due vitigni: il primo, il Nebbiolo, conosciuto in tutto il mondo, e il secondo, la Botagera. Il suo nome sembra derivi dal termine astigiano “grignole” cioè vinacciolo, a indicare la presenza sopra la media di vinaccioli nell’acino. Altre teorie fanno derivare il nome dal verbo “grignè” “digrignare” in conseguenza della reazione che provoca in bocca la sua spiccata tendenza all’acidità. In ultimo, e questa lo ammetto mi affascina per il suo lato romantico e sociale, c’è chi sostiene che derivi dal vocabolo “grignare” che vuol dire ridere, perché, si sa, un buon calice di vino ha sempre la capacità di farci sorridere.
