C'è una base italiana nel cuore dell'Arabia Saudita che solo in pochi conoscono. Non ci sono mai andati gli inviati delle tv, quelli che raccontano quasi ogni giorno il grande lavoro della Difesa su molti fronti di crisi. Non compare nelle immagini delle grandi installazioni americane disseminate nel Golfo e non sorge accanto a quelle del Pentagono che da mesi sono finite nel mirino dei missili e dei droni lanciati di giorno e di notte dall'Iran.

È una struttura completamente autonoma, costruita per garantire al contingente italiano indipendenza logistica e operativa e mantenere una distanza di sicurezza dagli obiettivi considerati più esposti. Da qui passa una delle missioni più delicate affidate alle Forze armate italiane. Il compito non è partecipare ai combattimenti, ma difendere gli interessi nazionali. Centinaia di militari italiani, oltre a quelli già impiegati da anni in Kuwait e in Iraq, sono schierati per contribuire alla protezione di infrastrutture critiche la cui sicurezza incide direttamente anche sugli interessi economici dell'Italia. Perché un attacco riuscito contro gli impianti strategici del Golfo non avrebbe conseguenze solo regionali: potrebbe ripercuotersi sulle forniture energetiche, sulle rotte commerciali e sugli equilibri economici dai quali dipende anche il nostro Paese.La strategia La scelta dell'Arabia Saudita non è casuale. Il Regno ospita alcune delle infrastrutture energetiche più importanti del Medio Oriente ed è stato negli ultimi anni bersaglio di attacchi che hanno dimostrato come anche un'azione limitata possa provocare conseguenze ben oltre i confini regionali. La presenza italiana si inserisce proprio in questa cornice: rafforzare la deterrenza e contribuire a impedire che un'escalation metta a rischio interessi considerati strategici anche per il nostro Paese.Il cuore del dispositivo è il sistema missilistico Samp/T, una delle capacità di difesa aerea più avanzate delle Forze armate italiane. Il suo compito è intercettare eventuali missili o velivoli ostili prima che possano raggiungere gli obiettivi assegnati alla protezione del contingente. Oltre agli specialisti della difesa antidrone dell'Esercito, abitualmente di stanza a Sabaudia, nell'area operano anche alcune componenti dell'Aeronautica, con un aereo da sorveglianza Caew che può diventare un centro di comando e controllo, e con alcuni caccia Eurofighter e radar di ultima generazione.La massima attenzione resta rivolta ai piccoli droni, sempre più sofisticati e difficili da individuare, che rappresentano oggi uno dei principali strumenti utilizzati per colpire installazioni sensibili. Individuarli, tracciarli e neutralizzarli è una parte essenziale della missione. La piccola base italiana, più vicina allo Yemen e al Mar Rosso, è stata organizzata per garantire al contingente la massima autonomia. Uomini, mezzi e strutture operano in un dispositivo indipendente, progettato anche per ridurre l'esposizione ai rischi. La distanza dalle installazioni statunitensi non è casuale: negli ultimi mesi quelle basi sono diventate uno degli obiettivi delle minacce provenienti dall'Iran e dai gruppi armati a esso collegati. Una scelta che consente ai militari italiani di mantenere il proprio dispositivo separato, pur operando in coordinamento con gli alleati. È una presenza lontana dai riflettori che racconta come sia cambiato il concetto stesso di difesa nazionale.La missione Oggi la sicurezza dell'Italia non si misura soltanto entro i propri confini. Si difende anche a migliaia di chilometri di distanza, nei luoghi dove si decide la stabilità delle rotte energetiche, delle catene commerciali e delle strutture da cui dipendono anche gli interessi economici italiani.La nuova task force è però già diventata terreno di scontro politico. Il Partito democratico ha presentato un'interrogazione sia alla Camera sia al Senato chiedendo al governo di chiarire il quadro autorizzativo della missione. «Abbiamo presentato un'interrogazione sia alla Camera sia al Senato per chiedere chiarezza in merito alla nuova task force in Arabia Saudita che vede impegnati militari italiani in un teatro caratterizzato da tensioni crescenti», affermano in una nota i capigruppo dem nelle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera, Alessandro Alfieri, Enzo Amendola e Stefano Graziano, insieme al responsabile Esteri del Pd Giuseppe Provenzano.Secondo gli esponenti democratici, la delibera che proroga le missioni internazionali per il 2026 autorizza l'impiego di personale negli Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Qatar, ma non in Arabia Saudita. Per questo chiedono al governo di chiarire se la nuova task force sia stata attivata facendo ricorso alle norme sull'interoperabilità degli assetti militari tra missioni diverse.Dal Ministero fanno sapere che in una risoluzione approvata dalle Camere che autorizza «il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e anti-missilistica e di sorveglianza a protezione dei cittadini italiani, a supporto dei Paesi partner dell'area del Golfo e per la salvaguardia delle infrastrutture strategiche presenti nell'area, a tutela degli interessi primari nazionali».