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Il primo effetto lo si è visto sul prezzo dell’uranio, il secondo su quello del petrolio. La situazione del Kazakistan, a detta delle autorità governative, sembra vada verso un graduale ritorno alla normalità dopo la decisione di reprimere con la violenza le proteste, senza remore nell’uso indiscriminato della forza anche a costo di aprire il fuoco sulla folla. Ma gli scontri di questi giorni hanno messo in luce l’importanza strategica di alcune forniture nelle quali il Paese guidato dal presidente Tokayev, si è affermato come leader a livello mondiale. Non sorprende che i presidenti dei due Paesi più importanti che abbracciano geograficamente il Kazakistan si siano subito adoperati sul piano politico, e nel caso della Russia anche su quello militare, per garantire un rapido ritorno alla stabilità. Nel suo ennesimo discorso alla nazione, Tokayev ha ringraziato il presidente russo Vladimir Putin e quello cinese Xi Jinping per l’appoggio mostrato al suo Paese, in particolare con l’approvazione politica della decisione di reprimere nel sangue le proteste, scoppiate subito dopo l’aumento del prezzo del carburante.
Xi ha valutato “altamente responsabile” l’utilizzo di misure “forti” fatto dal governo kazako per reprimere i disordini. La Cina, ha aggiunto, è “disposta a offrire l’aiuto di cui il Kazakistan ha bisogno per superare le attuali difficoltà”. Mosca ha invece inviato, nell’ambito del Csto (la “Nato” dell’ex Urss) circa 2500 soldati, ai quali si sono aggiunti 500 uomini dalla Bielorussia, oltre ai militari di Armenia, Tagikistan e Kirghizistan che proprio venerdì ha approvato l’invio di 150 soldati. Le forze militari alleate vengono impiegate, secondo i media locali, per proteggere siti strategici, e non per partecipare alle operazioni “anti terrorismo” delle forze kazake.
