Novak Djokovic of Serbia in action during the Davis Cup Finals 2021, Semifinal 1, tennis match played between Croatia and Serbia at Madrid Arena pabilion on December 03, 2021, in Madrid, Spain. (Photo by Oscar Gonzalez/NurPhoto via Getty Images)

L’Australian Open, uno dei quattro più importanti tornei della stagione tennistica, ha due principali soprannomi: “Happy Slam”, nickname coniato da sua maestà Roger Federer per via del felice clima che si può percepire in queste settimane a Melbourne Park, e “Slam down-under”, per la collocazione geografica del continente australe rispetto alla visione occidentalocentrica di chi pensa di governare il mondo. Il “caso Djokovic”, vale a dire l’incredibile sequela di avvicendamenti relativi alla partecipazione del numero uno del mondo allo Slam che inizia il 17 gennaio nella terra dei canguri, ha poco di happy e molto di down-under: ne abbiamo sentite così tante in così pochi giorni, che il mondo si è capovolto almeno due o tre volte.

Ma qualcosa possiamo imparare da questa incredibile vicenda.

Il primo aspetto ha addirittura a che vedere con la geopolitica: l’ingresso sulla scena del presidente serbo contro le autorità australiane, ree di aver maltrattato il campione di Belgrado durante l’interrogatorio di 6 ore nell’aeroporto, ci insegna una cosa. Oggi più che mai la politica, crollati i muri e le ideologie, vive poco di aspetti strutturali e molto di simboli sub-strutturali: così un capo di Stato può brandire una racchetta, o meglio un alfiere con la racchetta, per provare a raccontare al mondo la sua idea di forza nazionalistica, di identità valoriale, persino di visione del mondo. Non è una buona cosa: queste piccole storie, pur simboliche, sono episodi che passano, mentre i rapporti di forza e potere tra i paesi, tra le economie e i diritti dei cittadini, che finiscono per avere meno clamore mediatico, restano e governano il mondo reale.