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Joyce Carol Oates è maestra indiscussa. Oltre a essere prolificissima (i soli romanzi per adulti, con la sua firma o sotto pseudonimo, sono più di una sessantina ma quasi altrettante sono le raccolte di racconti, oltre alle novelle, alle opere di poesia, ai lavori per bambini e ragazzi per non parlare dei saggi), la scrittrice statunitense pluripremiata di quasi novant’anni riesce – ogni volta – a fare canestro.

Fox, in libreria da pochissimo per La nave di Teseo, è un romanzo dei suoi: enorme, poco rassicurante, strutturato, per nulla consolatorio. Ipnotico. E, in giornate di corse frenetiche al botteghino per vedere l’Odissea di Nolan, non ci si può non chiedere quale superpotere, che noi non abbiamo, sia dato agli americani quando decidono di raccontare (o, alternativamente, con quali vitamine gli venga addizionato il latte della colazione fin da bambini).

Perché Fox, oltre a essere – come l’Odissea – poderoso (722 pagine), è anche un turning-page: non importa che i concetti vengano ripetuti più e più volte (troppe?) al punto che viene di pensare che la scrittrice abbia una qualche forma di grafomania (e il numero delle opere, insieme alla mole, lo confermerebbe). Chi legge vuole assolutamente andare avanti.