Di: SEIDISERA - Freddie Del Curatolo / M. Ang. In Africa gli effetti della guerra in Medio Oriente e la crisi del petrolio stanno attivando e velocizzando progetti che puntano all’autonomia energetica del continente, soprattutto con la costruzione di raffinerie da parte di un’unica persona: il magnate nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco d’Africa. Ma se da una parte molti Stati africani stanno firmando accordi per rendersi autosufficienti dal punto di vista petrolifero, gli ambientalisti insorgono per la decisione di costruire una raffineria in Kenya, nell’arcipelago di Lamu, che è patrimonio dell’UNESCO (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura). L’impero di DangoteQualcuno lo sta già chiamando panafricanismo petrolifero, anche se bene o male tutto passa dalle mani e dalle strutture di una sola persona: l’industriale nigeriano Aliko Dangote, proprietario in patria di una delle più grandi raffinerie di petrolio del mondo.Dangote, 69 anni, è nato in una famiglia di commercianti. Ha costruito il proprio impero partendo dall’importazione di zucchero, riso e altri beni di largo consumo. Il suo gruppo imprenditoriale oggi, con la Dangote Cement, è il principale produttore di cemento dell’Africa e ha contribuito alla costruzione di importanti infrastrutture in oltre dieci Paesi, oltre che essere leader continentale nello zucchero, nella farina, nei fertilizzanti, nella logistica e naturalmente nell’energia. La raffineria di Dangote è un impianto da 20 miliardi di dollari grazie al più grande finanziamento di sempre da parte di banche africane. Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, Dangote ha fornito buona parte del carburante in circolazione nei Paesi dell’Africa occidentale. L’espansione in KenyaIn uno scenario che presuppone il rischio di un prolungamento del conflitto tra Stati Uniti e Iran e un coinvolgimento anche del traffico marittimo sul Mar Rosso, le mire espansionistiche di Dangote stanno incontrando sempre più i favori dei leader africani che preparano la realizzazione di altre raffinerie continentali. Pochi giorni fa è stato finalizzato l’accordo tra Dangote e il Kenya. Il presidente keniano William Ruto ha annunciato la costruzione di un mega impianto nel Paese, considerato un hub dell’Africa orientale, in grado di raffinare il petrolio proveniente dal bacino petrolifero del Turkana, che è recentemente stato nazionalizzato, dopo l’uscita di multinazionali come TotalEnergies. La raffineria keniana potrebbe però raccogliere greggio anche dagli Stati confinanti che lo estraggono, ad esempio dall’Uganda. Le proteste per LamuSe però da una parte le raffinerie africane convincono governi e promettono indotto e posti di lavoro, dall’altra parte insorgono gli ambientalisti per i criteri e i luoghi in cui potrebbero essere realizzate queste raffinerie. È il caso proprio del Kenya.Dangote, dopo aver ricevuto due opzioni dal governo di Nairobi, ha deciso di posizionare la sua raffineria nel porto di Lamu, nell’arcipelago dell’Oceano Indiano, al confine con la Somalia. Lamu è una rinomata destinazione turistica e patrimonio dell’UNESCO. Vive soprattutto di pesca, con molte specie protette. Nelle sue isole, da sempre, le automobili non possono circolare e il tasso di inquinamento è bassissimo. Anche per questo a Lamu gli attivisti per l’ambiente si sono già fatti sentire e annunciano battaglie. “La nostra preoccupazione è che quando questo grande progetto verrà realizzato tutto debba avvenire in modo tale da non compromettere il nostro ambiente di vita e tenere conto del benessere della nostra gente. Non dovrà ledere i diritti delle persone né compromettere le loro opportunità di vita. Un investitore dovrebbe arrivare per apportare benefici alla comunità non per distruggerla, danneggiarla o avere un impatto negativo su di essa. Questa è la nostra posizione”, spiega uno degli ambientalisti intervistati dalla trasmissione radiofonica SEIDISERA della RSI.I precedentiNon è la prima volta che la popolazione, con ambientalisti e organizzazioni per i diritti umani, si muove per bloccare progetti potenzialmente dannosi per Lamu.“Come già accaduto in passato contro il progetto di una centrale a carbone che doveva sorgere proprio qui, ci siamo opposti per difendere i nostri diritti. Siamo andati in tribunale per contestare l’investitore e lo Stato. E abbiamo vinto contro di loro. Per quanto riguarda il combustibile, dal punto di vista ambientale non vogliamo che venga bruciato completamente, perché più si ricorre al combustibile, più questo influisce sull’ambiente, incide sulla qualità dell’aria e comporta molti effetti negativi sulla salute e cose del genere. Quindi la nostra posizione è che si debba garantire il benessere delle persone senza distruggere l’ambiente esistente”. Si tratta comunque di un’iniziativa di grande rilevanza per l’intera regione dell’Est Africa, che porterà lavoro e benessere economico. Ma sui prossimi sviluppi regna l’incertezza. “È ancora troppo presto per sapere cosa succederà, ma credo che anche il governo stesso sappia bene che gli abitanti di Lamu sono molto intelligenti e non accettano le cose su due piedi. E se la situazione dovesse peggiorare, dovremmo rivolgerci al tribunale, cercare di lottare per i nostri diritti. Possiamo farcela. Abbiamo intentato due cause contro il governo e le abbiamo vinte entrambe”.