"Non vogliamo la guerra, vogliamo la pace. Non vogliamo genocidi, sì vogliamo i diritti umani. Non vogliamo la legge della giungla, sì vogliamo un multilateralismo che deve essere rafforzato”. Pedro Sánchez ha scelto il tradizionale discorso di bilancio annuale alla Moncloa per riaffermare la posizione internazionale della Spagna. E lo ha fatto una nettezza che pochi altri governi europei si permettono in questo momento. Il premier ha ricordato l'opposizione di Madrid all'"attacco unilaterale di Israele e Stati Uniti contro l'Iran" e ha ribadito che la Spagna "non sarà complice di guerre illegali che causano molto dolore". Il filo che tiene insieme queste posizioni è quello che Sánchez chiama "agenda del buon senso": "Proteggere senza chiudersi. Per proteggerci dobbiamo fare un esercizio di empatia con coloro che soffrono le conseguenze delle guerre o delle sfide climatiche”.Il discorso ha però anche una dimensione interna, e Sánchez non l'ha nascosta. "Da quasi tre anni la Spagna è la grande economia europea che cresce di più", ha detto, citando i dati diffusi in mattinata sul tasso di disoccupazione sceso sotto il 10% per la prima volta dal 2008. "La Spagna è un Paese infinitamente migliore che nel 2018", anno in cui arrivò alla Moncloa. Lo ha detto sapendo che manca ancora un anno alla fine della legislatura, che la maggioranza parlamentare resta fragile e che alcune inchieste giudiziarie hanno colpito il Partito Socialista e il suo entourage. Ha chiesto agli spagnoli di essere "orgogliosi" della propria strada. Quella visione, ha detto, "che molti hanno quando usciamo fuori, e non solo per una vittoria ai Mondiali di calcio”.