L'attentato

Paolo Crucianelli

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Sabato sera un furgone bianco è entrato nel Tiergarten di Berlino e ha travolto la folla che lasciava il Christopher Street Day, il Pride più grande d’Europa; sceso dal mezzo, l’attentatore ha continuato l’assalto con un machete. Una donna uccisa, ventinove feriti, alcuni in pericolo di vita. Il ministro dell’Interno tedesco ha classificato l’atto come attacco terroristico di matrice islamista; il sospettato, un ventunenne noto alle autorità e legato agli ambienti islamici radicali berlinesi, è stato ucciso il giorno seguente al termine della caccia all’uomo. I dettagli sono ancora al vaglio degli inquirenti; la sostanza no: qualcuno ha scelto il Pride come bersaglio, e non l’ha scelto a caso.

Come è possibile che una parte rilevante e rumorosa dei movimenti LGBTQ+ occidentali militi, con bandiere e slogan, per cause e regimi la cui ideologia dominante li considera un esecrabile abominio da estirpare? Nei cortei pro-Pal di questi anni gli spezzoni “queer” sono stati una presenza fissa; l’ostilità verso Israele un dogma. Mentre sull’Iran, che le persone omosessuali le impicca per legge, hanno sempre prevalso silenzio e timidezza: nessuna mobilitazione permanente, nessuna indignazione paragonabile a quella riservata allo Stato ebraico. E nei territori palestinesi o a Gaza, a prescindere da Hamas, l’omosessualità è stigmatizzata, repressa, punita con la violenza.