Nel calcio contemporaneo, schizofrenico e confuso, il passaggio di testimone sulla panchina della nazionale francese rappresenta un’eccezione. Prevedibile, previsto, infine avvenuto: poteva accadere cinque o tre anni fa, ma che Zinedine Zidane sarebbe succeduto a Didier Deschamps era talmente scontato da non dare atto ad altre ipotesi.
Era, insomma, solo una questione di quando, non di se, e del resto un’eccezione è stato anche il lungo regno dell’ex centrocampista di Marsiglia e Juventus come selezionatore dei Bleus: quattordici anni, dal 9 luglio 2012 sino a pochi giorni fa, una continuità che non ha pari a certi livelli in epoca recente. E dire che, il giorno della presentazione come nuovo sélectionneur della Francia, l’allora presidente della federazione, Noël Le Graët, spiegò che il contratto era «di due anni, più altri due se ci qualificheremo per la Coppa del Mondo in Brasile».
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scrittore
Come passa il tempo quando ci si diverte. La Francia si qualificò al Mondiale brasiliano, gli anni diventarono quattro, poi sei, poi otto, quindi dieci, sono arrivate due finali di Coppa del Mondo – il trionfo del 2018 in Russia e la sconfitta ai rigori all’ultimo atto di Qatar 2022 – e tre semifinali consecutive – cosa riuscita solo a Germania e Brasile in precedenza – con la nazionale sempre giunta almeno ai quarti. Ci sono state, in mezzo, anche la finale di Euro 2016, perduta a Parigi contro il Portogallo, e la vittoria nella Nations League 2020-2021, e via via ecco che Deschamps, con 186 partite in panchina, è diventato il secondo selezionatore per numero di presenze; davanti ha solo Gaston Barreu, ct dal 1936 al 1954, in un altro evo calcistico.













