Le statistiche dicono che l'Italia è un Paese sicuro, ma la percezione è diversa Serve una comunicazione chiara che parli di più alla vita reale delle persone

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C’è un paradosso nel quale il governo rischia di cadere sul tema della sicurezza: vincere nei fatti e perdere nel racconto. Chi mi conosce sa quanto io insista sul percepito che plasma il reale. Ne scrivo praticamente sempre. È, dunque, fisiologico che ogni episodio di cronaca catturi l’attenzione dell’opinione pubblica e generi una distorsione delle percezioni sui pericoli reali.

Tuttavia, se ha senso rispondere ogni volta con una nuova stretta e con nuove norme per ridurre l’insicurezza percepita, ha meno senso dimenticarsi del dato reale che deve – ripeto deve – far parte della narrazione. Altrimenti realtà e percepito non corrisponderanno mai... e questo, per un governo in carica, è un bel problema. Ciò significa che ogni intervento dovrebbe essere preceduto da un dato fondamentale: l’Italia non è affatto un Paese fuori controllo e i principali indicatori, negli ultimi anni, sono migliorati. Se non si parte dai risultati (reali) si finisce rincorrere affannosamente un’emergenza (percepita).

Vediamo i numeri. Nel 2025 gli omicidi volontari sono calati del 14,88 per cento, i furti del 6,11, le rapine del 3,92 e le violenze sessuali del 4,45. Gli omicidi sono stati 286: il dato più basso dell’ultimo decennio. Rispetto al 2015, il totale dei reati risulta inferiore del 13 per cento. Nel 2024 il tasso di vittime di furto in abitazione era di 8,5 ogni mille famiglie, quasi la metà del 16,3 registrato nel 2014. E sull’omicidio, l’Italia è stabilmente ai livelli più bassi dell’Unione europea: nel 2023, ultimo confronto disponibile, 0,57 vittime ogni centomila abitanti contro una media europea di 0,91. Il problema è che i cittadini non vivono di statistiche.