Dopo l'attentato di Berlino certa stampa ha iniziato a parlare di «clima d'odio» per non ammettere che è stata violenza islamica
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Il primo giorno è stato il giorno del riflessivo. «Un furgone si è lanciato sulla folla». Nessun conducente, nessuna ideologia, solo un mezzo che hapreso vita da solo e ha deciso di investire i partecipanti al Pride di Berlino. Una Tesla a guida autonoma, evidentemente. Solo ore dopo, e quasi di malavoglia, sono emersi i dettagli: Abdul Ballout, 21 anni, cittadino tedesco di origine libanese, noto alle autorità per radicalizzazione islamista, tentativi di raggiungere l’Isis, condanne per preparazione di atti di violenza. Un uomo che, dopo aver investito la folla e probabilmente accoltellato altre persone, è fuggito. Bilancio aggiornato: una donna morta, fino a 29 feriti.
Il secondo giorno, il "day after", è arrivata la seconda fase dell’operazione di attenuazione. Il sospettato è stato individuato e ucciso dalla polizia a Spandau domenica 26 luglio, dopo essersi scagliato contro gli agenti con un’arma da taglio. Le autorità tedesche hanno parlato chiaramente di «attentato terroristico islamista». Eppure, mentre i fatti si consolidavano, una parte della stampa e del commentario italiano (e non solo) ha iniziato a spostare il focus. Non più sull’islamista noto e recidivo, ma sul «clima di odio», sull’«omofobia che è dappertutto», sulle «ideologie di destra» che negano diritti.










