Fare tanto con poco. “Qui si è sempre lavorato bene: l’importante era non farsi prendere dallo sconforto”. Un anno fa a quest’ora Renzo Castagnini diventava il direttore sportivo del Frosinone. Ambiente stanco, morale sotto i tacchi, lo spauracchio della Serie C – e di una doppia retrocessione, dopo il traumatico epilogo dei gialloblù di Di Francesco – scampato per un pelo. “Eppure il materiale c’era. La squadra pure. Bisognava soltanto rigenerare l’aspetto psicologico, inserendo un paio di giocatori funzionali”. Succede allora che nel giro di pochi mesi il club si ritrova a festeggiare una nuova Serie A, la quarta promozione nell’ultimo decennio. Forse la più clamorosa: “Soltanto tre sconfitte, nove vittorie su dieci nel finale, secondo posto in classifica”. Da outsider fra le big della categoria – Venezia, Monza, Palermo – quando gli osservatori, per gran parte del campionato, aspettavano soltanto che l’exploit del Frosinone prima o poi si sgonfiasse. Stanno ancora aspettando.“Magari abbiamo strabiliato un po’ tutti”, spiega Castagnini al Foglio sportivo, “ma internamente eravamo consapevoli di poter fare questo tipo di percorso. Siamo partiti senza grande pressione addosso, e questo è sempre un bene. Devo ringraziare il presidente Stirpe soprattutto per avermi dato carta bianca sulla scelta dell’allenatore”, Massimiliano Alvini, reduce da tre esoneri consecutivi. “Era tre anni che lo seguivo: volevo portarlo a Brescia quando lavoravo lì, non se ne fece nulla ma non ci siamo mai persi di vista. Mi piace la sua idea di calcio, la sua propulsione offensiva, il suo modo di rapportarsi con i ragazzi. È un uomo buono, leale. Dunque ero convinto di poter fare un grandissimo lavoro insieme a lui. Ma non era un nome facile da proporre alla proprietà, dati i risultati recenti. Anche per questo ci siamo sentiti ancora più responsabilizzati”. Così la Serie B inizia a conoscere questo nuovo Frosinone, che perde poco, segna tanto e gioca benissimo – soprattutto in trasferta, lasciando per strada una sola partita su 19. È il momento d’oro di Ghedjemis, Calò, Raimondo. “Riaccendere l’entusiasmo dei tifosi è stato un attimo. E il mister ci ha messo tanto del suo: mantenere una condizione fisica super fino alla fine, portare 4-5 giocatori nel giro dell’Under 21, guidare il gruppo più giovane del campionato – 23,4 anni di media, ndr – sono tutti motivi di grande orgoglio. È stata una cavalcata straordinaria, con mezzi economici ridotti”. Il 12esimo club per monte ingaggi nella categoria. “Delle volte si crea quella magia che apparentemente non si spiega, eppure rispecchia tanto sacrificio”.Secondo Castagnini, il fattore numero uno arriva fuori dal campo: “La proprietà. Andare per quattro volte in Serie A con altrettanti allenatori e ds non può essere un caso. Ora è entrato un gruppo americano anche da noi”, rilevando l’80 per cento delle quote del club, “però è da oltre due decenni che il Frosinone rappresenta una società ben impostata sotto il nome di Stirpe. Un dirigente che consente di lavorare bene, che ti dà spazio e fiducia. Così è facile creare un’atmosfera sana, orientata dalle sue linee guida – azzeccate, fatti alla mano. I tifosi poi sono straordinari: non creano tensione, riempiono sempre lo stadio. Tutta la città ci apprezza, sente la dignità e la professionalità della nostra realtà”. Un’isola felice, insomma? “Sì. A queste persone basta soltanto vedere l’impegno, per accettare qualunque verdetto del campo. Compresa la delusione dell’ultima Serie A: qui c’è sempre la forza per ripartire”. La prossima impresa è la salvezza: mai raggiunta nella storia gialloblù. “A me non piace chiamarla così. Non ci dobbiamo salvare da niente e da nessuno: l’importante è continuare a lavorare sui nostri principi, senza timore, con il nostro metodo. Poi sarà il campo a dirci chi siamo. Siamo pronti. E come dice il presidente, il nuovo investimento dagli Stati Uniti non è un problema, ma una risorsa. Vogliamo crescere ancora”.Senza mai perdere l’identità. In un calcio italiano atrofico, terrorizzato dall’impiego dei ragazzi che escono dai vivai, il Frosinone rappresenta un’eccezione virtuosa. “Mai avere paura di far giocare i giovani”, sottolinea Castagnini. “Noi non guardiamo la carta d’identità, ma le qualità fisiche e morali de nostri giocatori. Li aiutiamo cercando di non far pesare loro una giornata storta: si deve poter sbagliare, anche in questo sport. Eppure a livello di movimento c’è grande esitazione: un male comune del nostro Paese, direi, perché all’estero lo spazio per gli Under c’è eccome”. Secondo il ds l’inesperienza non è affatto un fardello. “Guardo i calciatori che vengono qui a Frosinone: hanno fame, danno soddisfazione e non tradiscono. Bisogna soltanto trasmettere la convinzione di farli giocare. Qualcosa che deve arrivare dall’alto, dal presidente in giù. A volte i risultati li ottieni, altre no. In ogni caso per noi è questa la strada normale”. Dunque gli altri club potrebbero già osare come il Frosinone, senza aspettare le riforme che tutti chiedono? “Soprattutto per quelli con le nostre dimensioni, credo non ci sia modo migliore per crescere: gli Under sono una risorsa. Penso a tutte le volte in cui quest’anno abbiamo affrontato squadre molto più vecchie di noi. Se loro non vincono, spesso sono guai. A noi invece resta il futuro”.