Bambini dai sette ai dieci anni protagonisti di foto e video espliciti e raccapriccianti. Centinaia e centinaia di file con riprese immagini di abusi su minori trovati nei computer e nei dispositivi informatici di cinque veneti, il più giovane ha appena 24 anni e il più grande 52. Persone insospettabili, eccetto uno tutti gli altri sono incensurati. Hanno lavori normali come dipendenti e vite all’apparenza tranquille, ma sono accomunati dalla smania di scaricare dalla rete e condividere una grande quantità di materiale pedopornografico. Sulle loro tracce gli 007 del Centro operativo per la sicurezza cibernetica (Cosc) della Polizia postale del Veneto, nell’operazione dal nome in codice Butterfly. Le indagini hanno permesso di smembrare l’attività criminale veneta e l’analisi del tantissimo materiale sequestrato potrebbe rivelare nuovi sviluppi e collegamenti con reti nazionali e internazionali.

Le perquisizioni Il 21 luglio all’alba sono scattate le cinque perquisizioni e la polizia di Stato ha arrestato in flagranza di reato tre uomini per detenzione del materiale illecito sui bambini con l’aggravante dell’ingente quantità. Sono un 24enne di Mestre (Venezia) e due cinquantenni di San Martino di Venezze e Adria in provincia di Rovigo, difesi dagli avvocati Greta Cecchinato e Germano Rizzi. Proprio quest’ultimo, quando ha visto la casa di Adria accerchiata dai poliziotti, ha cercato di disfarsi del materiale cancellando i file compromettenti, ma è stato tutto inutile ne aveva talmente tanti che per lui è scattata la custodia cautelare in carcere. L’unico attualmente in cella, mentre il secondo polesano è ai domiciliari e il più giovane ha l’obbligo di firma. Oltre a loro ci sono due cinquantenni, uno di Quarto d’Altino nel Veneziano e l’altro di Verona, entrambi denunciati. La segnalazione Le indagini hanno preso avvio da una segnalazione della rete internazionale che monitora il web con particolare attenzione ai siti di scambio di materiale. Attraverso sofisticate attività di cyber-investigazione, analisi forense dei flussi telematici, incrocio di dati investigativi e approfondimenti sulle piattaforme utilizzate per la condivisione di materiale illecito, gli inquirenti hanno individuato come i cinque veneti fossero stabilmente inseriti in circuiti virtuali dedicati allo scambio di immagini e video raffiguranti abusi sessuali su bambini. Da qui lo smantellamento dell’attività criminale grazie a un lavoro di squadra condotto dagli esperti del Cosc veneto, diretti dalla Procura di Venezia, con il coordinamento del Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia online (Cncpo) e con il supporto delle sezioni operative per la Sicurezza cibernetica di Verona, Vicenza e Rovigo.La fase due Ma questo è solo l’inizio, perché ora scatta la fase due, cioè l’analisi dei device ora nelle mani della polizia. Nel corso delle perquisizioni sono stati infatti sequestrati numerosi dispositivi informatici, il cui contenuto sarà sottoposto ad approfonditi accertamenti informatici per ricostruire integralmente le condotte degli indagati, individuare eventuali ulteriori utilizzatori e verificare possibili collegamenti con circuiti nazionali e internazionali dediti alla diffusione di materiale pedopornografico. Un’operazione che si aggiunge alle recenti indagini che nel mese di luglio hanno portato ad arresti in provincia di Verona e Vicenza. Nella sola città scaligera, sempre un’indagine della polizia postale veneta coordinata dalla procura di Venezia, ha portato nei giorni scorsi ad un arresto, al sequestro di numerosi dispositivi elettronici e al ritrovamento di oltre cinquecento immagini di bimbi abusati. Un reato, quello della detenzione di materiale pedopornografico, che prevede fino a tre anni di reclusione, con l’inasprimento della pena di due terzi per l’aggravante del grande quantitativo di materiale custodito e diffuso.L'investigatore «È tra i più orribili dei reati e il nostro impegno sarà massimo per ridurre questo fenomeno che non immaginavo fosse così diffuso. La mia missione è fare indagini, stare sul pezzo, perseguire i responsabili». Antonio Caliò è arrivato il primo luglio in Veneto come primo dirigente del Centro operativo sicurezza cibernetica regionale (Cosc) della Polizia postale. Alle spalle un’esperienza di dodici anni alla Digos e all’antiterrorismo e ora si confronta con i crimini sulla rete, come quello della pedopornografia che nell’operazione Butterfly ha portato a tre arresti e due denunce in Veneto.Come nasce l’indagine? «Prende avvio da una segnalazione di alcuni mesi fa della rete internazionale che monitora il web e le piattaforme che contengono materiale pedopornografico. Sono iniziate le attività telematiche e quando abbiamo raggiunto elementi sufficienti siamo passati, su delega della procura di Venezia, alle perquisizioni domiciliari». E cosa avete trovato? «Nei dispositivi informatici delle cinque persone c’è tantissimo materiale che ritrae abusi su minori. Scene davvero pesanti. I protagonisti non sono bambini piccolissimi di due o tre anni, come a volte accade, ma ragazzini che potrebbero avere dai sette ai dieci anni». Questi cinque cosa fanno? «Il mondo della pedopornografia è variegato e strutturato. Non c’è un identikit preciso, ma sono persone con vite e lavori normali, eccetto uno sono tutti incensurati». Da quanto scaricavano e diffondevano abusi su minori? «Dai primi riscontri è un’attività che si è protratta per molto tempo. Ma ora passiamo alla seconda fase dell’indagine, che potrebbe avere sviluppi interessanti». Di che tipo? «Nei dispositivi informatici sequestrati durante le perquisizioni abbiamo trovato tantissimo materiale con abusi su bambini, davvero una quantità ingente. Dall’analisi possiamo ricostruire ulteriori collegamenti con reti nazionali e internazionali».