Anche sull’immigrazione il presidente argentino Javier Milei è diventato trumpiano. Il governo libertario di Buenos Aires sta implementando un regime restrittivo per i migranti che vogliono entrare nel Paese o che già ci vivono, tanto da attirarsi l’accusa di seguire le orme del presidente degli Stati Uniti. Si tratta di una novità per la storia dell’Argentina, le cui progressiste politiche di accoglienza sono considerate un punto di riferimento nella regione per la tutela dei diritti dei migranti.

A giugno, la ministra della sicurezza Alejandra Monteoliva ha annunciato la creazione del cosiddetto “programma di sicurezza migratoria“: la misura istituisce specifiche unità operative, all’interno della polizia federale, che si occuperanno di controllare le aree di frontiera e i punti di ingresso nel Paese, oltre a svolgere attività di intelligence.

Secondo il governo, l’obiettivo è contrastare i movimenti migratori irregolari “sfruttati da organizzazioni criminali“. Le organizzazioni in difesa dei diritti umani stanno invece esprimendo forti riserve sulla misura, considerata una versione argentina dell’ICE, l’agenzia federale responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e delle dogane negli Stati Uniti, accusata di utilizzare pratiche coercitive e violente, lesive dei diritti delle persone migranti. Il timore di chi critica il provvedimento è che agenti formati soprattutto per attività di polizia si trovino ora a gestire situazioni molto complesse, senza avere una adeguata preparazione. Le unità speciali possono infatti raccogliere informazioni sulle persone straniere e hanno potere di detenerle. Il governo non ha ancora specificato quali controlli saranno previsti per evitare possibili abusi.