La notizia è che è in gestazione una legge, “leggine” chiamavano una volta, per regolare il diritto alla pensione dei parlamentari senza l’odiato termine dei quattro anni, sei mesi e un giorno di durata della legislatura per maturare il diritto al trattamento di quiescenza, ma cancellandolo e lasciando poi a parlamentari ed ex la possibilità di pagarsi i contributi per completare l’anzianità e il numero dei mandati. In sè, non si tratterebbe di una grande novità: ma siccome tutte le volte – anche nei giorni scorsi a proposito dell’attrito tra Fratelli d’Italia e Forza Italia sulle preferenze – che a torto o ragione si parla di crisi di governo e elezioni anticipate, c’è qualcuno che a ragion veduta si alza e ricorda che senatori e deputati sono “naturalmente” contro lo scioglimento anticipato delle Camere, intanto perché ad alcuni di loro tocca perdere il seggio e poi perché vogliono maturare la pensione. Sebbene poi le pensioni siano sempre state salvate grazie a leggi – leggine – che hanno consentito, in caso di accorciamento delle legislature, ai parlamentari di pagarsi “ex-post” i contributi mancanti, bisogna riconoscere che il “vitalizio”, così si chiamava e continua a chiamarsi, ha subito nel tempo le conseguenze di drastiche sforbiciate, in nome della riduzione, non solo delle poltrone, ma anche dei “privilegi” degli eletti, mirate a non far della politica una professione. Che poi la riduzione del “professionismo” abbia comportato una proporzionale diminuzione di qualità dei politici e della politica, non importa a nessuno: ma è un fatto. In sintesi: prima i parlamentari cominciavano a percepire la pensione, sicuramente più consistente, a cinquant’anni, adesso a sessantacinque, e presto, c’è da giurarci si arriverà a sessantasette o sessantotto per equipararli alla maggior parte delle categorie di lavoratori “normali”. Inoltre è cresciuto il numero di coloro che fanno una legislatura o due (nel caso dei 5 stelle, salvo eccezioni, c’è il divieto del terzo mandato). Prima, con il sistema retributivo, grosso modo la pensione si misurava a numero di legislature, ora, come per tutti gli altri, secondo il sistema contributivo, per quantità di contributi versati. Eppure ci sarà sicuro qualcuno che si alzerà a dire che far saltare il termine è un modo di restituire un privilegio.
Parlamentari, salta il limite per le pensioni
La notizia è che è in gestazione una legge, “leggine” chiamavano una volta, per regolare il diritto alla pensione dei parlamentari senza l’odiato termine dei quattro anni, sei mesi e un giorno di durata della legislatura per maturare il diritto al trattamento di quiescenza, ma cancellandolo e lasciando poi a parlamentari ed ex la possibilità di pagarsi i contributi per completare l’anzianità e il numero dei mandati. In sè, non si tratterebbe di una grande novità: ma siccome tutte le volte – anche nei giorni scorsi a proposito dell’attrito tra Fratelli d’Italia e Forza Italia sulle preferenze – che a torto o ragione si parla di crisi di governo e elezioni anticipate, c’è qualcuno che a ragion veduta si alza e ricorda che senatori e deputati sono “naturalmente” contro lo scioglimento anticipato delle Camere, intanto perché ad alcuni di loro tocca perdere il seggio e poi perché vogliono maturare la pensione. Sebbene poi le pensioni siano sempre state salvate grazie a leggi – leggine – che hanno consentito, in caso di accorciamento delle legislature, ai parlamentari di pagarsi “ex-post” i contributi mancanti, bisogna riconoscere che il “vitalizio”, così si chiamava e continua a chiamarsi, ha subito nel tempo le conseguenze di drastiche sforbiciate, in nome della riduzione, non solo delle poltrone, ma anche dei “privilegi” degli eletti, mirate a non far della politica una professione. Che poi la riduzione del “professionismo” abbia comportato una proporzionale diminuzione di qualità dei politici e della politica, non importa a nessuno: ma è un fatto. In sintesi: prima i parlamentari cominciavano a percepire la pensione, sicuramente più consistente, a cinquant’anni, adesso a sessantacinque, e presto, c’è da giurarci si arriverà a sessantasette o sessantotto per equipararli alla maggior parte delle categorie di lavoratori “normali”. Inoltre è cresciuto il numero di coloro che fanno una legislatura o due (nel caso dei 5 stelle, salvo eccezioni, c’è il divieto del terzo mandato). Prima, con il sistema retributivo, grosso modo la pensione si misurava a numero di legislature, ora, come per tutti gli altri, secondo il sistema contributivo, per quantità di contributi versati. Eppure ci sarà sicuro qualcuno che si alzerà a dire che far saltare il termine è un modo di restituire un privilegio.






