La pericolosa convergenza che dipinge lo Stato ebraico come forza maligna
Enrico Cerchione
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Quando J.D. Vance ha deciso di puntare il dito contro Israele come principale responsabile del fallimento dei negoziati con l’Iran, non ha scelto un talk show tradizionale o una conferenza stampa. Ha scelto The Joe Rogan Experience, il podcast più potente d’America. Con una media di circa 11 milioni di ascoltatori per episodio (e picchi molto superiori nelle puntate più virali) Rogan supera di gran lunga l’ascolto di programmi consolidati come The Daily del New York Times in un’intera settimana. Un singolo episodio di Rogan parla direttamente a milioni di americani, soprattutto giovani maschi, che consumano meno i media mainstream. È un megafono politico senza pari.
Su questo stesso megafono Vance ha lanciato la sua accusa più pesante: “So al di là di ogni ombra di dubbio che ci sono persone all’interno del governo israeliano che stanno cercando di allontanarci dai negoziati perché vogliono continuare la campagna militare”. Parole pronunciate mentre l’Amministrazione Trump cercava di uscire dal pasticcio iraniano e mentre il sostegno pubblico a Israele, soprattutto tra i giovani repubblicani, continuava a crollare. Rod Dreher, su The Free Press, ha definito questo intervento “il momento della scelta” per Vance. Il vicepresidente è oggi uno dei candidati più forti per la Casa Bianca del 2028. Dreher lo descrive come un politico in posizione difficile, che ha scelto di individuare in Israele il capro espiatorio del fallimento americano, riattivando narrazioni di “pugnalata alla schiena” che ricordano inquietantemente la “Dolchstosslegende” weimariana. Il riferimento storico è ai vertici militari tedeschi, dopo la sconfitta del 1918, che sostennero che il loro esercito non era stato sconfitto sul campo di battaglia, ma era stato “pugnalato alle spalle” dalla popolazione civile, dai socialisti, dai comunisti e soprattutto (un pilastro del nazismo) dagli ebrei, tradendo la nazione firmando l’armistizio e imponendo la repubblica di Weimar. Dreher non accusa Vance di essere personalmente antisemita, ma lo critica duramente per la sua reticenza a tracciare linee rosse nette contro l’odio verso gli ebrei che dilaga nella destra giovane.









