Di: SEIDISERA - Alain Melchionda/LP Oltre cinque milioni di franchi per convivere con i corsi d’acqua. È la cifra chiesta dal Governo ticinese, che questo mese ha licenziato un messaggio al Parlamento. I fondi copriranno diversi obiettivi, tra cui l’aggiornamento delle carte delle zone di pericolo.SEIDISERA ne ha parlato con Andrea Salvetti, collaboratore scientifico dell’Ufficio corsi d’acqua, per capire come sono state realizzate queste carte, come vanno lette e quali sfide attendono il Canton Ticino in un ambito tanto delicato quanto vitale. 5,4 milioni per la sicurezza dei corsi d'acquaIl Quotidiano 03.07.2026, 19:00Tre colori per misurare la minacciaLe carte dei pericoli mappano il territorio ticinese e distinguono le varie zone in base al loro livello di rischio. Come spiega Andrea Salvetti, “la carta del pericolo serve innanzitutto a documentare, allo stato odierno, quelli che sono i pericoli conosciuti”.A segnare la differenza di rischio tra un’area e l’altra, ci sono tre colori decisivi: giallo, blu e rosso. Vengono definiti attraverso la valutazione di due parametri: l’intensità del fenomeno e la sua frequenza. Il primo criterio definisce “la forza, anche distruttiva, che un fenomeno può avere”; il secondo segnala “quanto ci si può attendere che l’evento si ripeta”.In base all’analisi, si attribuisce quindi all’area studiata un colore. “Le zone di pericolo rosse e poi blu sono quelle zone dove o l’evento può essere molto intenso o è atteso con una frequenza elevata”, precisa il collaboratore scientifico. Quelle gialle sono invece le zone dove “l’intensità del fenomeno è attesa in maniera molto più bassa e quindi molto meno pericolosa”. Un dettaglio dei piani zone di pericoloCanton TicinoGestire il pericolo, non eliminarloGuardando la cartina, la reazione istintiva potrebbe essere quella di dividere il territorio in tre: abbandonare le zone rosse, opere di protezione in quelle blu, accorgimenti minimi in quelle gialle.“Nei primi anni di gestione dei piani delle zone di pericolo l’approccio è stato un po’ questo”, conferma Andrea Salvetti. “Ultimamente, con la gestione integrata del rischio, questo paradigma può essere un po’ modificato”.“Non si tratta di andare ad eliminare questi pericoli, ma di gestirli”, osserva l’esperto dell’Ufficio corsi d’acqua. Significa “prevedere nuove premunizioni dove è possibile oppure rafforzare quelle già esistenti, ma parallelamente anche lavorare sulla pianificazione del territorio”. E quindi intervenire anche “sulla gestione dell’emergenza, sulla prontezza e sulla capacità di rispondere a questi eventi futuri”.In casi estremi, per alcuni potrebbe rendersi “necessario prevedere una delocalizzazione di alcune attività: a priori questo non può essere escluso”. Due anni dopo l'alluvione in VallemaggiaIl Quotidiano 30.06.2026, 19:00Come nasce una carta dei pericoliLe carte sono il frutto di uno studio complesso, fondato da una parte su un’analisi geomorfologica, dall’altra sull’esame degli eventi passati.Dove non si sono verificati fenomeni estremi servono invece delle ipotesi, che “riguardano sia la struttura del territorio sia l’aspetto meteorologico”, spiega il collaboratore scientifico. Da un lato si valutano fattori come “la disponibilità di materiale che può essere trasportato o eventuali inneschi di scivolamenti frane”, dall’altro si studia “il cambiamento climatico, l’intensificazione delle precipitazioni”.Proprio su questo fronte, alla fine dello scorso anno sono stati sviluppati e presentati i nuovi scenari di cambiamento climatico.L’incognita dei bacini piccoliLa sfida principale riguarda le piene con trasporto di detriti, un fenomeno che interessa soprattutto i bacini di dimensioni ridotte, dove piogge brevi e intense bastano a scatenare l’evento. Questi bacini “dovranno essere analizzati in maniera più dettagliata, con la consapevolezza che spesso le previsioni sono difficili”. Le allerte coprono infatti regioni ampie e individuare in anticipo la valle colpita resta molto complicato.Per questo, sottolinea Andrea Salvetti, le carte servono anche a informare la popolazione. “Non si può e non sarà possibile, probabilmente neanche in futuro, prevenire tutti gli eventi”.La soluzione passerà dunque anche da “norme di comportamento che, assunte un po’ da tutta la popolazione, permetteranno di ridurre i rischi, soprattutto per le vite umane”.