Ismael “Mayo” Zambada García è stato condannato all‘ergastolo, senza possibilità di libertà condizionata. Sono stati anche sequestrati 15 miliardi di dollari in beni, di cui il governo messicano rivendica una parte. Esclusa, sin dall’inizio del processo (2024), la pena di morte, tanto temuta da Zambada, che si è dichiarato “colpevole” di essere alla guida di un’organizzazione criminale; di cospirazione per traffico di cocaina, fentanyl, eroina e metanfetamine; di riciclaggio. La sentenza è stata pronunciata lunedì dal giudice Brian Cogan, della Corte Usa per il distretto est di New York. “Sono consapevole di aver fatto del male – ha ammesso il boss durante l’udienza -. So che quanto ho fatto non va bene”. Ha anche rivolto un messaggio a tutto il Paese: “La violenza deve finire in Messico e in tutte le parti. Troppe vite perdute. Trascina i giovani verso una vita senza futuro”. E ancora: “Alle prossime generazioni dico: scegliete un cammino diverso”. Parole ponderate, con l’aiuto del legale Frank Pérez, che seppelliscono 40 anni di leadership indiscussa nel traffico di droga verso gli Stati Uniti.

Classe 1950, Zambada ha anche collaborato con i cartelli di Juarez e Guadalajara. È stato anche pioniere delle rotte del narcotraffico, implementando l’uso di tunnel sottomarini, narco sommergibili, navi mercantili, jet privati e altri strumenti. Ha reso il cartello di Sinaloa un network costituito da fazioni indipendenti, costruendo un impero finanziario attraverso società come la Nueva industria de ganaderos de Culiacán. Sulle sentenza è intervenuta la presidente del Messico, Claudia Sheinbaum: “Facciamo il nostro lavoro per pacificare il Paese”, ha detto la presidente nella sua trasmissione La Mañanera, “ma ognuno deve fare il proprio lavoro”, in riferimento agli Usa. La presidente critica la “mancanza di informazione dettagliata” da parte degli Usa, che prima negavano ogni partecipazione nella cattura del boss mentre ora rivendicano il protagonismo dell’Fbi. “È una contraddizione”, ha osservato.