Partito dal suo «limbo» romano è arrivato al «Tonight Show» di Jimmy Fallon: «A scuola non parlavo con le ragazze, la stand-up è stata una magia»
Tra i tanti soprannomi che Francesco De Carlo ha avuto nella vita, uno era Pluto. Non c’entra il simpatico cagnolino disneiano, il riferimento era al calciatore della Roma Pluto Aldair. O meglio, alle sue orecchie. «Per questo a 15 anni mi ero inventato con i miei amici un tg satirico, il Tg Pluto, solo che non riuscivamo a non ridere». Il comico italiano più famoso all’estero, l’unico invitato anche al «Tonight Show» di Jimmy Fallon, ha capito allora che «far ridere» poteva essere la sua strada.L’intuizione, dunque, fu al liceo?«Facevo parte del classico gruppetto di amici maschi che si diverte con niente. Non parlavo con le ragazze, non ho avuto relazioni con l’altro sesso fino alla maggiore età perché stavo sempre a ridere con questi quattro scemi. Mi sono pure sviluppato tardi fisicamente e nel mentre vedevo queste signore di 14 anni che sembravano già delle donne. Una volta, al ginnasio, ho creduto che un paio di mie compagne fossero le professoresse».Oltre ai suoi amici, chi la faceva ridere allora?«Sono cresciuto con Totò, Franco e Ciccio, Lino Banfi. Poi c’era il mito della Pallottola spuntata del trio Zucker-Abrahams-Zucker. E ho amato tantissimo anche la tv di Serena Dandini e della Gialappa’s per cui ho una stima infinita. Ma, dopo di loro, ho abbandonato la comicità come pubblico: non mi piaceva più».Quando ha cambiato di nuovo idea?«Ho conosciuto la stand-up comedy ed è stato un amore incredibile. Era uno strumento che rispondeva alla mia esigenza di ridere della vita. Sono cresciuto in un quartiere di Roma confinante con la Magliana e, dall’altra, con il borghese Monteverde: un limbo che ha dato anche il titolo al mio spettacolo (sempre sold out) in cui racconto come sono cresciuto rimbalzando tra un mondo radical chic e uno popolare».Il risultato quale è?«Mi sento abbastanza fuori luogo ovunque. Ma girando l’Italia ho scoperto che in tanti si riconoscono con me sull’incapacità di sentirsi a proprio agio. Nella mia vita non avrei potuto fare nessun altro lavoro se non questo, non avevo un piano B».Eppure quando ha iniziato lei, il suo lavoro quasi non esisteva.«Vero. C’erano cabarettisti e animatori oppure, per diventare famoso, dovevi passare dalla televisione. Solo che a me tutto quello che facevano in televisione, al tempo, non piaceva e quindi mi sono inventato questo lavoro. Oggi invece tantissimi ragazzi si avvicinano alla stand-up: vogliono fare i monologhi, non i personaggi».Dopo essersi iscritto a Scienze politiche si è occupato di comunicazione al Parlamento europeo.«Inizialmente mi ero iscritto a Economia ma alla prima lezione di Analisi matematica mi sembrava parlassero una lingua sconosciuta: non capivo niente. Così, piacendomi la politica, ho cambiato facoltà. Ho iniziato a lavorare al Parlamento europeo ma avrei voluto fare lo spin doctor di Obama, diventare l’esperto di comunicazione di un politico. Dopo aver visto quanto la politica italiana è andata deteriorandosi mi sono detto: chi me lo fa fare?».Differenze tra la comicità in Italia e all’estero?«All’estero ti rendi conto di quanta misoginia, sessismo, omofobia e anche razzismo noi abbiamo nel linguaggio mainstream. Il politicamente scorretto nasce in Inghilterra proprio perché il loro modo di parlare è molto pulito, corretto. Non puoi dire niente, mentre noi in Italia diciamo tutto. Per questo ho avuto presto consapevolezza di quello che non volevo portare nella mia comicità: determinate allusioni, determinate battute, determinati pensieri. I grandi nomi del politicamente scorretto sono arrivati dopo anni a poter dire determinate cose: da noi si pensa che in nome della libertà d’espressione tutti possono dire tutto».Non è così, quindi?«Le destre, in particolare, sono state bravissime a sfruttare il “non si può più dire niente”. Non a caso ora, anche in America, la comicità sta tornando a offendere le minoranze, offendere le disabilità e tutto gratuitamente, senza nessun pensiero dietro. Penso sia molto pericoloso: stiamo ritornando indietro invece che andare avanti. Faccio questo mestiere per mettere in difficoltà il pubblico mettendo in discussione i suoi punti di vista, non per unirci nel tutti contro uno».Ha annunciato il suo primo tour europeo, «Live in Europe».«È una soddisfazione, anche perché lo farò in inglese ed è una novità. Sono contento del successo all’estero, anche perché mi scrivono tanti ragazzi per dirmi che vogliono provare ad andare a fare questo mestiere a New York, a Londra... sono orgoglioso di aver potuto influenzare un pochettino la scena. Far ridere in un’altra lingua è la sfida artistica più bella e più alta e quindi tutto questo mi piace. Inoltre all’estero c’è anche una certa competizione con gli altri comici che mi piace tantissimo». Le piace la competizione?«Sì, mi fa sentire vivo. In Italia si vive bene ma lavoriamo male. Insomma, anche qui mi trovo in un limbo: vivo un contrasto continuo tra un’ambizione che non so da dove viene e il desiderio di vivere tranquillo che è molto italiano. Però in America non hanno quella sensazione che abbiamo qua in Italia, che il comico possa cambiare le cose. Lo apprezzo. In generale io odio gli applausi. O meglio, la comicità di consenso: se il pubblico invece di ridere ti batte le mani perché hai detto qualcosa che approva corri il pericolo più grande. Significa che non stai facendo un buon servizio. Sei lì per fare ridere».Lavora a teatro, scrive libri (il suo ultimo è «I malviventi»), lavora in tv...«Ho tante idee ma poi me ne pento perché un giorno di vacanza nel 2026 me lo voglio prendere. Amo scrivere e esibirmi sul palco, sono le due cose che preferisco in assoluto».Veniamo a Jimmy Fallon. Non abbiamo avuto l’Italia ai Mondiali ma lei nello show più popolare del pianeta...«Ho sentito un grande affetto, mi hanno scritto in tantissimi. Tutto è successo perché mi sono esibito in una serata di stand up in America, in un locale. Eravamo in tanti comici a salire sul palco ed è venuto a vederci proprio Fallon. Dopo mi ha proposto di andare ospite da lui».Chissà che agitazione...«Sapevo che era una di quelle cose che ti cambiano vita, però non riuscivo a essere agitato. Ero molto concentrato. Ho avuto una carriera lenta, che mi ha portato a stancarmi della paura e dell’ansia. Quindi me la sono goduta. Come sono sceso da quel palco mi è salita tutta l’adrenalina e non ero molto certo di come fosse andata, ma Fallon è stato molto carino, mi ha fatto tanti complimenti».A chi deve dire grazie, oltre a lui?«A Eddie Izzard, ora si chiama Suzy, un comico inglese di cui mi ero visto tutto da ragazzo ed ero impazzito. Sono riuscito a conoscerlo, a parlargli e poi lui mi ha prodotto il primo spettacolo. Mi ha veramente cambiato la vita».Oggi ha altri miti che vorrebbe conoscere?«Mi piacerebbe conoscere Carlo Verdone e farci una chiacchierata. È un mito per me anche se credo abbia un pregiudizio sulla stand-up, ricordo di aver letto qualche sua intervista. Mi piacerebbe confrontarmi. Per me la stand-up è la capacità di portare sul palco dei punti di vista trasformando qualcosa che non fa ridere in un momento comico».Cosa non capiscono all’estero dell’Italia?«In tanti non si capacitano che non tutti gli italiani sappiano cantare, siano dei grandi amatori o non siano ossessionati dal cibo. O, peggio ancora, non sappiano cucinare, come il sottoscritto».







