Sette requisitorie, quasi cinque anni di processo e oltre 200 udienze. Nell’aula bunker del carcere di Santa Maria Capua Vetere, la stessa che quasi 30 anni fa ospitò il maxiprocesso Spartacus contro il clan dei Casalesi, il pubblico ministero Alessandro Milita ha concluso la fase dell’accusa quantificando le richieste di pena per i 101 imputati del procedimento sulle violenze ai detenuti del reparto Nilo del penitenziario casertano. Complessivamente la Procura ha chiesto 766 anni di reclusione, quasi otto secoli, con una sola richiesta di assoluzione, per l’agente della Polizia penitenziaria Giuseppe Di Monaco.
Le richieste La pena più alta è stata invocata per Pasquale Colucci, dirigente della Polizia penitenziaria, per il quale il pm ha chiesto 21 anni e 4 mesi di reclusione. Secondo l’accusa, Colucci, attualmente vice comandante della Polizia penitenziaria ad Avellino, sarebbe stato «il regista fondamentale» di quanto accaduto il 6 aprile 2020, giorno della perquisizione straordinaria nel reparto Nilo, e della successiva fase di presunto depistaggio. Per la Procura sarebbe responsabile di tutti i reati contestati: dalla tortura ai danni dei detenuti, alla vicenda del detenuto Hakimi Lamine, morto un mese dopo i pestaggi, fino alle attività ritenute di intralcio alla giustizia. Caseificio Sociale di Casapesenna, grave furto e danni nel bene confiscato alla camorraPer l’ex comandante della Polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere Gaetano Manganelli la richiesta è di 14 anni di carcere. Nel corso della requisitoria il pm Milita ha contestato a Manganelli una condotta definita «furba», sostenendo che l’ex comandante sarebbe rimasto lontano dai corridoi dove avvenivano le violenze, ma avrebbe comunque avuto piena consapevolezza di quanto stava accadendo. Secondo la Procura avrebbe avuto responsabilità, al pari di Colucci, per le accuse di tortura, morte di Hakimi e depistaggio. Tra le richieste più elevate anche quella per Annarita Costanzo, commissario capo del reparto Nilo, per la quale sono stati chiesti 12 anni di reclusione. Secondo il pm avrebbe avuto «responsabilità impressionanti» sia durante la perquisizione del 6 aprile, quando non avrebbe fermato i pestaggi, sia nella fase successiva, con riferimento anche alla gestione delle visite mediche e al messaggio relativo alle telecamere «spente», circostanza poi ritenuta non corrispondente alla realtà. Per la funzionaria Nunzia Di Donato la richiesta è di 11 anni, mentre per Tiziana Perillo, all’epoca funzionaria del carcere di Avellino, sono stati chiesti 10 anni. Entrambe, secondo l’accusa, erano presenti nella zona del piano terra e dell’infermeria, dove confluirono numerosi detenuti feriti, un luogo definito durante il processo come un «campo di battaglia». Dieci anni sono stati chiesti anche per Antonio Fullone, ex provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria. Secondo il pm fu lui a disporre la perquisizione e a promuovere i provvedimenti disciplinari nei confronti dei detenuti, accelerando – secondo la ricostruzione accusatoria – le procedure di isolamento preventivo. Per gli allora dirigenti del carcere Maria Parenti e Arturo Rubino la richiesta è di 8 anni di reclusione ciascuno. Per Parenti la Procura ha evidenziato la consapevolezza della situazione vissuta da Hakimi nel reparto di isolamento Danubio. Per l’ex capo del Nucleo investigativo regionale della Polizia penitenziaria Francesca Acerra sono stati chiesti 9 anni, senza il riconoscimento delle attenuanti generiche. Secondo il pm Milita, Acerra avrebbe dovuto indagare sui fatti del 6 aprile ma avrebbe invece orientato l’attività dell’ufficio verso operazioni di depistaggio e contro-indagine. Dodici anni sono stati chiesti anche per il sovrintendente della Polizia penitenziaria Salvatore Mezzarano, indicato dal pm come «un jolly che appare dappertutto». Castel Volturno, rifiuti a mare: pescatori abusivi recuperano un maxi pneumaticoIl maxi processo si sta celebrando davanti alla Corte di Assise presieduta da Claudia Picciotti, ma è stato condotto per circa quattro anni dal precedente presidente Roberto Donatiello, poi applicato alla Corte di Appello di Napoli con uno strascico di contestazioni da parte dei penalisti. Nell’aula bunker, la giornata della quantificazione delle richieste di pena si è svolta senza quella mobilitazione mediatica che aveva caratterizzato l’avvio della vicenda giudiziaria con la presenza di media anche esteri.








