Il New York Post scrive che Donald Trump vorrebbe Gianni Infantino alla guida delle Nazioni Unite. Il presidente della Fifa, secondo fonti vicine alla Casa Bianca, sarebbe rispettato ovunque nel mondo e capace di unire le persone come pochi altri. Tra le fonti citate dal quotidiano anche Paolo Zampolli, diplomatico a lungo ambasciatore presso il Palazzo di Vetro. Il mandato di António Guterres scade a dicembre, e tra i papabili circolano nomi definiti da un addetto ai lavori "deboli". Per ottenere l'incarico Infantino dovrebbe passare da due filtri: l'endorsement dei quindici membri del Consiglio di sicurezza, dove il veto di Cina e Russia resta l'ostacolo maggiore, e poi l'approvazione dell'Assemblea generale.C'è anche la questione geografica. Infantino, europeo come il portoghese uscente, dovrebbe superare la regola non scritta della rotazione continentale, che vorrebbe il prossimo segretario generale latinoamericano. Due mandati consecutivi dallo stesso continente sarebbero un'anomalia, anche se non un unicum: è già successo con l'Africa, tra Boutros Ghali e Kofi Annan, ma solo perché Washington aveva bloccato la conferma dell'egiziano. Non è chiaro se Infantino sia realmente interessato al ruolo, né se Trump gliene abbia già parlato. Certo è che il taglio sarebbe drastico: alla Fifa lo svizzero guadagna oltre cinque milioni di euro l'anno, contro i circa 366mila dello stipendio da segretario generale. Infantino, peraltro, ha già annunciato la propria ricandidatura alla presidenza Fifa per le elezioni del marzo 2027.Mentre a New York si scrive di promozioni, in Spagna si consuma la resa dei conti. Javier Tebas, presidente della Liga, non usa mezzi termini: Infantino ha fatto il suo tempo, dice, e la Fifa danneggia il calcio per i propri interessi. Il caso Balogun, la squalifica dell'attaccante americano revocata dopo l'intervento della Casa Bianca, resta la ferita più recente, e per Tebas è solo la punta dell'iceberg. Ai Mondiali, aggiunge, la Fifa ha imposto ventisette minuti di intervallo quando le serviva, spacciando per pause di idratazione quelli che erano in realtà spazi pubblicitari: negli stadi di Dallas, Los Angeles e Atlanta, dice, l'aria condizionata funzionava così bene da costringerlo a indossare un maglione in tribuna, segno che il caldo non giustificava affatto quelle pause. Nessuno si candida contro Infantino alle elezioni Fifa di novembre, ammette Tebas, ma il sistema che lo sostiene è "malato alla radice": complici attivi chi collabora, complici passivi chi tace.