Una rete di comunità per minori, disabili psichici e anziani, nata per offrire cura e reinserimento sociale, operante tra San Cipriano d’Aversa, Casapesenna, Villa Literno, Trentola Ducenta, con una sede in un bene confiscati alla camorra, si sarebbe trasformata - secondo l’accusa - in un sistema di sfruttamento e violenza sistematica ai danni delle persone più fragili. È quanto emerge dall’ordinanza cautelare firmata dal gip del Tribunale di Napoli Nord, Mariangela Guida, in cui si ricostruisce, attraverso intercettazioni, testimonianze, ispezioni dei carabinieri, un quadro ritenuto di estrema gravità. In tutto 10 indagati tra cui 5 raggiunti da misure cautelari chieste dalla Procura della Repubblica di Napoli Nord.

In carcere è finito Salvatore Leccia (che sarà interrogato oggi assistito dagli avvocati Nando Trasacco e Gianluca Giordano), ritenuto il gestore di fatto dell’intera rete di strutture; gli arresti domiciliari con divieto di comunicazione sono scattati per Maria Claudia Iannone (legale rappresentante), Teresa Crispino (educatrice) e Gino Iavarone (socio lavoratore); il divieto di dimora nei comuni interessati per Franca Crispino. Restano indagati, senza misure cautelari, Pasqualina Verola, Maddalena Carfora, Sofiya El Hadi, Giuseppe Della Gatta e Catello De Simone.Maltrattamenti e violenze in strutture per soggetti fragili, cinque misure cautelari nel CasertanoAl centro dell’indagine vi è la cooperativa sociale Autonomy Onlus, con sede a San Cipriano d’Aversa in un immobile confiscato alla criminalità organizzata, in particolare al boss Salvatore Nobis. La cooperativa gestiva la comunità per minori “Mettiamoci in gioco” di Casapesenna, il Gruppo Appartamento di San Cipriano d’Aversa, una struttura terapeutica a Villa Literno e un appartamento in cohousing a Trentola Ducenta, quest’ultimo risultato, secondo gli accertamenti del Nas, privo delle autorizzazioni previste e dei requisiti di abitabilità. Formalmente la rappresentanza legale della cooperativa era ricoperta da Maria Claudia Iannone, poi passata nel dicembre 2025 a Salvatore Leccia. Secondo gli investigatori, tuttavia, quest’ultimo era già da tempo il reale dominus dell’organizzazione.Il contesto L’inchiesta è partita dopo numerosi sopralluoghi eseguiti dai carabinieri della Compagnia di Casal di Principe, guidati dal capitano Marco Busetto, insieme ai militari del Nas. Le verifiche avrebbero fatto emergere gravi criticità nelle cinque strutture, tanto che il gestore avrebbe successivamente chiuso quattro delle comunità, lasciando operativa soltanto quella di Casapesenna. Parallelamente, una denuncia alla Dda presentata dallo stesso Leccia - nel luglio dello scorso anno - per presunti atti intimidatori aveva portato la Procura ad autorizzare intercettazioni telefoniche che, secondo l’accusa, hanno consentito di far emergere un quadro ben diverso da quello inizialmente ipotizzato. Da quel momento le indagini si sono estese con nuove attività tecniche e trojan.Secondo la Procura, tutte le strutture sarebbero state interessate da un unico sistema di gestione caratterizzato da continui maltrattamenti ai danni degli ospiti, fossero essi minori con problematiche psichiatriche affidati dai Tribunali o adulti e anziani con disabilità. L’obiettivo, secondo gli investigatori, sarebbe stato quello di contenere i costi di gestione e massimizzare gli introiti derivanti dai finanziamenti pubblici. Per questo gli ospiti sarebbero stati privati dell’acqua calda, del riscaldamento e di un’assistenza adeguata; in numerosi casi sarebbero stati sedati con farmaci somministrati senza alcuna prescrizione medica.Le strutture avrebbero inoltre privilegiato l’accoglienza di pazienti economicamente più remunerativi e con patologie ritenute più facilmente gestibili, penalizzando invece le persone indigenti o con quadri clinici più complessi. Le ispezioni avrebbero evidenziato condizioni igienico-sanitarie degradate, personale privo delle qualifiche richieste, assenza di operatori durante alcuni turni. Un minore ospite della comunità di Casapesenna, secondo l’accusa, sarebbe stato deliberatamente spinto a manifestare una crisi comportamentale per ottenerne il ricovero in ospedale e liberare così un posto nella struttura.Biodiversità, carabinieri della Forestale fanno lezione ai ragazzi dell'Istituto comprensivo "Gesuè"Le contestazioni riguardano anche gli ospiti adulti delle strutture. L’ordinanza descrive episodi di percosse, omissione di cure, occultamento di lesioni con il fondo tinta ad una anziana, lavaggi effettuati con acqua fredda gettata addosso ad un ospite portato in cortile nudo dopo e trattamenti ritenuti umilianti nei confronti di persone completamente indifese. Tra le contestazioni figura anche una presunta violenza sessuale ai danni di una donna affetta da gravi disturbi psichici, ospite di una delle strutture. Il reato viene contestato, in concorso, a Leccia e all’operatore socio-sanitario Gino Iavarone. Secondo l’accusa, gli abusi si sarebbero consumati all’esterno della comunità durante le uscite autorizzate della donna. Per gli investigatori, la vittima non era in grado di esprimere un consenso pienamente libero e consapevole in ragione della propria condizione di particolare vulnerabilità.