Il racconto di Enrico Costa su Mario Roggero parte da lontano. «Lo conosco dal 2015, allora ero viceministro della Giustizia. Andai a trovarlo nella sua gioielleria di Grinzane Cavour per portargli solidarietà dopo una bruttissima rapina precedente quella del 2021, mi raccontò l’accaduto e fui scioccato dal video che la testimoniava». Oggi Costa è capogruppo a Montecitorio di Forza Italia e non è contrario a concedergli la Grazia. Aveste più contatti? «No, mai». Che effetto le fa ora vederlo in carcere? «Non sono abituato a commentare le sentenze, però se rileggiamo la pronuncia del 2006 della Corte Costituzionale, direi questo: la Giustizia formale lo ha condannato, quella sostanziale impone una riflessione». È favorevole alla Grazia? «È una valutazione che spetta al Capo dello Stato. Occorre tenere conto dello stato di esasperazione di Roggero. Ho letto dichiarazioni scandalizzate della presidente della Corte d’Appello di Torino sulle critiche alla sentenza. Non ho visto altrettanta indignazione verso quei magistrati che hanno l'abitudine di attaccare le norme del Parlamento». Ipotizziamo che Mattarella conceda la Grazia a Roggero. Non crede che l’opinione pubblica gli darebbe una connotazione politica? «Se ragionassimo così, non bisognerebbe fare mai atti di Grazia, e in passato ne sono state concesse molte. Atti che, è bene precisarlo, non hanno nulla a che vedere né con l’amnistia, né con l’indulto». È d’accordo con quel che ha scritto la premier sui social? Dice che chi commette un reato non può essere risarcito. «In effetti è contraddittorio che chi commette un reato abbia diritto al risarcimento come effetto del reato stesso». Veniamo alle cose che nella maggioranza vi dividono. Lei e il suo partito siete molto critici sulla gestione del pacchetto giustizia. È così? «Il referendum sulla separazione delle carriere è stata una sconfitta, ma non vorrei che per alcuni significhi smettere di dare battaglia per quei principi. Ogni anno in Italia almeno cinquecentomila persone vengono indagate e poi archiviate o assolte in primo grado». Quali sono le vostre richieste? «Gliene cito tre. Sulla prescrizione: siamo rimasti alle scelte folli di Bonafede (Alfonso, ministro della Giustizia Cinque Stelle nei governi Conte, ndr) che l’ha praticamente cancellata. Siamo riusciti ad approvare alla Camera una norma che ha corretto il “fine processo mai”, ma non abbiamo capito che accadrà in Senato. Due: abbiamo approvato - questa volta in Senato - norme per regolamentare il sequestro delle chat. Non abbiamo capito quando ne discuteremo alla Camera. La Corte di Giustizia europea ci chiede di affidare la questione sull’utilizzo di quei contenuti a un giudice, e non solo al pubblico ministero. Dentro i cellulari c’è la vita delle persone: perché far confluire tutto nei fascicoli di indagine?» La terza? «La questione delle intercettazioni a strascico. Dovrebbero essere rese possibili solo per i reati gravi, e invece sempre Bonafede ne allargò l’utilizzo a dismisura. Forza Italia cancellò questa modifica, ora Fratelli d’Italia mi sembra voglia tornare allo schema Bonafede». C’è una richiesta del procuratore Antimafia Giovanni Melillo, preoccupato per le conseguenze sulle inchieste in corso. Non è così? «Ho rispetto del procuratore Melillo e delle sue motivazioni ma occorre una soluzione più equilibrata che bilanci principi costituzionali». Ovvero? «La norma vigente. E mi permetto di portare a corredo alcuni numeri sulle intercettazioni. Nel 2022 ne sono state disposte 82.494, nel 2024 siamo saliti a 90.883, nel primo semestre del 2025 il conto è di 50.892, ovvero centomila in un anno».