Un unicum che attira investimenti privati e pubblici da tutto il mondo, perché va oltre la parata di super-stelle del pianoforte, del violino, del canto e del podio

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Il terrore della retorica "mirata", soprattutto in questi tempi di informazione tritata dagli estremismi bellici, ci spinge a respingere di primo acchito tutto quanto olezza di autocelebrazione. Siamo talmente assuefatti ai discorsi introduttivi autocelebrativi che dobbiamo fare uno sforzo per renderci conto che qualche volta sono veri. È il caso del Festival di Verbier, giunto alla sua 33esima edizione: un unicum che attira investimenti privati e pubblici da tutto il mondo, perché va oltre la parata di super-stelle del pianoforte, del violino, del canto e del podio.

Le Argerich e i Kissin ci sono, ma sono inseriti in un sistema di masterclass e concerti rivolti a centinaia di giovani selezionati fra migliaia di domande che vanno a comporre le tre orchestre di livello formidabile del Festival. Sono giovani che vivono e dialogano nella comune lingua musicale, cosa che in questi tempi di divisioni, di violenza, è una lezione che incanta e insegna.