Probabilmente molti ungheresi, quelli che hanno votato per Péter Magyar e hanno festeggiato entusiasti la sua vittoria avvenuta il 12 aprile scorso, non concorderanno con il contenuto del report di Human Rights Watch (HRW) sull’operato del loro attuale primo ministro. La questione è stata trattata dal fattoquotidiano.it lo scorso 17 luglio, nell’articolo scritto sull’argomento si legge che la relazione di HRW è in questi giorni all’esame del Parlamento europeo e, per la precisione, della Commissione per le Libertà Civili (LIBE).
Il punto è comprendere se l’offensiva lanciata da Magyar, il suo repulisti nei confronti dell’apparato di potere di Viktor Orbán, il grande sconfitto delle ultime elezioni, non sia diventata una sorta di vendetta, un regolamento di conti col vecchio potere. In questo caso si avrebbe a che fare con qualcosa di notevolmente estraneo agli standard dell’Ue in termini di giustizia e di libertà di stampa e in termini di gestione del potere nell’interesse collettivo.
La vittoria di Magyar è stata salutata come un evento di portata epocale sia da Bruxelles che dagli ungheresi stanchi di sedici anni di governo del Fidesz e quindi di Orbán. L’entusiasmo di questi ultimi ha avuto come unità di misura i partecipati raduni di ungheresi festanti per la svolta, per la fine di un regime vissuto come opprimente.







