Ilhan Omar, Mariam Ibrahim, e ancora, Paulita, Ala, Saman, sono loro le “Voci di resistenza” che animano la vibrazione inquieta che attraversa gli Stati Uniti dell’era trumpiana, dove i diritti tornano a essere terreno di scontro quotidiano e la linea tra sicurezza e repressione si fa sempre più sottile, fino a confondersi. Al centro, loro, le donne. Non come figura simbolica, ma come presenza concreta, esposta. Le abbiamo seguite una per una, restituendo corpi, paure, determinazioni. Da storie lontane – Sudan, Yemen, Somalia, Pakistan – fino al Minnesota, dove Minneapolis diventa il laboratorio più visibile di una frattura civile che attraversa l’intero Paese. Su tutte quella di Ilhan Omar, nata a Mogadiscio, in Somalia, nel 1982 che rappresenta una delle figure più emblematiche della politica americana contemporanea e un potente simbolo di resilienza e di speranza in un’America profondamente divisa. Costretta a fuggire dal suo Paese a causa della devastante guerra civile quando era una bambina, aveva solo dieci anni, ha trascorso svariati mesi in un campo profughi prima di arrivare negli Stati Uniti con la famiglia.La sua storia personale incarna il percorso di molte minoranze che cercano un nuovo inizio. Lei ci è riuscita. Ha creduto in se stessa e in un Paese che, nonostante le difficoltà a cui sono esposti esuli e migranti, l’ha vista protagonista di un’importante ascesa politica.Cresciuta in Minnesota, Ilhan quando ottiene la cittadinanza americana si iscrive alla facoltà degli studi di scienze politiche, alimentando un forte impegno civico che la porta prima a sedersi nel parlamento statale e poi a essere eletta al Congresso nel 2018, la prima donna musulmana a sedere tra i deputati statunitensi. Non solo un traguardo personale ma anche un segnale di consapevolezza e rappresentanza per la comunità islamica, immigrata e progressista.Un percorso non facile, il suo, segnato anche da pesanti insulti e controversie, alimentate in parte dalla retorica aggressiva di Donald Trump. Gli attacchi del tycoon sono iniziati nel 2018, pubblicando una serie di post sui social rivolti a quattro deputate democratiche, tra cui la Omar, “invitandole” a tornare nei Paesi da cui provenivano. Sebbene Ilhan fosse cittadina americana da anni, Trump ha alimentato nei suoi confronti un clima xenofobo, culminato con l’aggressione durante un incontro pubblico il 26 gennaio del 2026.La deputata democratica del Minnesota stava chiedendo la fine della repressione anti-immigrazione dell’amministrazione Trump alla Town Hall, quando un uomo si è alzato e le ha spruzzato addosso una sostanza maleodorante con una siringa. Lei non ha riportato conseguenze e ha ripreso il suo intervento affermando «Ecco la realtà che persone come quest’uomo orribile non capiscono: noi siamo il Minnesota, siamo forti. E resteremo resilienti di fronte a qualsiasi cosa ci possano lanciare addosso».L’aggressore, Anthony J. Kazmierczak, 55 anni, simpatizzante dell’Ice, è stato arrestato e portato nella prigione della contea di Hennepin. Pur essendo chiara la matrice dell’attacco alla Omar, il presidente degli Stati Uniti ha messo in dubbio che fosse «un’aggressione reale» sostenendo che la deputata democratica era «un’impostora» e che si era organizzata da sola «quella sceneggiata». Dichiarazioni gravi che hanno acceso i riflettori mondiali sulla fragilità del sistema democratico e sulla pericolosità dell’uso politico della xenofobia in America.Ilhan Omar ha sempre contrastato con forza il tentativo di delegittimazione di stampo razzista nei suoi confronti che fomenta un clima ostile. La figura di Ilhan, simbolo di un’America multiculturale e di una politica progressista, è contrastata apertamente sia dal presidente che dalle forze conservatrici del Paese, pur rappresentando un emblema per molti americani. Il suo potente messaggio di speranza e di resistenza, sostenuto da molti, resta però schiacciato da una pervasiva diffidenza e dalla retorica divisiva sempre più imperante del mondo Maga.Lungo il suo percorso, ha più volte denunciato come il suo essere rifugiata e musulmana abbia fatto di lei un bersaglio di insulti e atti discriminatori. Un’azione mirata ad alimentare una narrazione definita da alcuni analisti «un tentativo di minare la sua legittimità rappresentativa» che mettono in guardia da politiche che «fomentano l’odio contro le minoranze». La storia di questa coraggiosa deputata e le sue posizioni sono un chiaro esempio di come l’attivismo politico possa diventare un terreno di scontro ideologico. Di come la lotta per i diritti civili e l’uguaglianza continui a essere al centro del dibattito pubblico negli Stati Uniti.Trump ha attaccato molte volte Omar e i migranti somali: «Viene da un Paese che è un disastro, non è nemmeno da considerare un Paese» ha affermato durante un recente comizio in Iowa, aggiungendo che i migranti devono «dimostrare di amare gli Stati Uniti, devono esserne orgogliosi, non come Ilhan Omar». Immediata la risposta della deputata democratica: «Non sa quello che dice, non ha idea di quanto i somali amino questo Paese».Ma il tycoon non è arretrato di un millimetro. Anzi. È andato oltre lanciando altre invettive nei suoi confronti, durante un incontro pubblico in Pennsylvania definendola: «Spazzatura, lei e i suoi amici» aggiungendo che i «Somalians» (in termini dispregiativi, dall’inglese “Somalis”) inclusa la Omar, dovevano «essere rimandati in Somalia perché «hanno distrutto il Paese». Proprio per dare la caccia ai somali è iniziato l’assedio di Minneapolis, culminato con l’uccisione di Renée Good e Alex Pretti, a cui è dedicato questo libro.
La storia di Ilhan Omar, simbolo di un’America che si oppone
Prima musulmana al Congresso Usa e bersagliata da Trump, è un potente messaggio di resilienza in un Paese segnato da profonde divisioni






