«A volte alcuni studenti serbi arrivano al memoriale di Srebrenica e rimangono senza parole: non avevano mai sentito parlare del genocidio. Purtroppo sono mosche bianche, nelle scuole e nei discorsi politici il negazionismo è la regola. Ed è strutturale a livello istituzionale». L’allarme arriva da Muamer Džananović, direttore dell’Istituto per la ricerca sui crimini contro l’umanità e il diritto internazionale dell’Università di Sarajevo. Professore, l’11 luglio scorso si è commemorato il genocidio di Srebrenica: 31 anni fa oltre 8mila bosniaci musulmani vennero massacrati. Come è possibile che venga messo in dubbio, quando non negato, nonostante le sentenze della Corte internazionale di giustizia?«Il negazionismo è iniziato nel luglio 1995, nel momento stesso in cui il genocidio veniva commesso. Da allora non è mai scomparso, vive fasi calanti e altre più acute. Ogni volta che il governo serbo e quello della Republika Srpska vivono crisi interne o lo scenario geopolitico lo impone, si usa la leva del nazionalismo e del negazionismo che hanno facile presa sulla popolazione».
Quali forme assume oggi il negazionismo rispetto a dieci o vent’anni fa?«Le modalità sono diverse, ma ricorrenti. Anzitutto contro-commemorazioni, in cui la narrazione centrale è: si trattava solo di un’operazione militare all’interno di una guerra. Poi ci sono documentari e libri che relativizzano il genocidio o attribuiscono la responsabilità ad altri. Alcuni si spingono a parlare di un complotto internazionale ordito dai musulmani bosniaci. Oggi la disinformazione è veicolata sui social che amplificano il negazionismo».






