Il Presidente Aoun ripete da giorni che l’aiuto di Trump lo considera indispensabile, oltre che l’unico capace di fare pressioni su Israele. Il 21 luglio per un Paese come il Libano, diviso tra chi critica Aoun per la sua acquiescenza verso la Casa Bianca e chi critica Hezbollah per la sua acquiescenza verso l’Iran, sarà un giorno molto importante. L’analisi di Riccardo Cristiano
C’è una data segnata in rosso sui calendari di Beirut. È quella del 21 luglio, quando il presidente libanese, l’ex comandante dell’esercito di Beirut, Joseph Aoun, giungerà alla Casa Bianca, per un colloquio a quattr’occhi con Donald Trump.
“L’America adesso ci ascolta. Il file libanese è sul tavolo del Presidente”. Le priorità sono evidenti; la vita e il futuro di 1 milione e 200mila profughi, i senza tetto, o senza tutto, la tutela e salvaguardia dell’unità nazionale, il diritto al ritorno nei propri villaggi della popolazione che è dovuta fuggire. Questo è il fardello che difficilmente il presidente Aoun non potrà sentire sulle sue spalle quando entrerà alla Casa Bianca.
L’attenzione di Donald Trump al Libano è confermata da una circostanza, il suo commento dopo il vertice di Ankara sul favore con cui vedrebbe un ritiro israeliano dal Libano meridionale e dal sud della Siria. Ora molti vedono dietro Trump e la linea che potrebbe prescegliere per il Libano quel suo amico influente e di origini libanesi, Tom Barrack, che dopo essere stato inviato speciale per il Libano ora si occupa di Turchia, Siria e Iraq, ma tiene sempre un occhio sul suo Paese d’origine. Barrack, considerato in buoni rapporti con il leader turco Erdogan, era alla Casa Bianca in occasione dell’incontro tra Trump e il nuovo premier iracheno Zaidi, che dopo il colloquio ha fatto filtrare la decisione di chiudere i rubinetti iracheni per Hezbollah. Una decisione che è stata accompagnata da un annuncio molto caro al governo siriano: la confisca ai confini con l’Iraq di un importante carico di armi diretto ad Hezbollah.










