La Basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore, in piazza Mercato a Napoli, si erge a testimone di eventi storico-politici preservandone tuttora la memoria: il crocifisso ligneo del XIII secolo che la tradizione vuole inamovibile, le lapidi di Corradino di Svevia e Masaniello che qui incontrano la morte, e in primis il culto della Madonna del Carmine detta Mamma Bruna. Invocata da reietti, vittime e solo raramente da protagonisti di eventi storici. La genesi risale al XIII secolo quando i carmelitani, provenienti dal Monte Carmelo, in Terra Santa, giungono a Napoli e diffondono il culto della Vergine Bruna, così chiamata per il colore del viso.

È la più remota icona mariana bizantina presente in Europa, detta «Glicofilusa» ovvero ‘del Dolce Bacio’. Lo ‘scapolare’ (l’abitino) è significante cultuale e simbolo di protezione dai pericoli della vita e dalle fiamme dell’inferno.

La storia del Crocifisso risale al XV secolo quando scoppia la guerra tra Angioini e Aragonesi per il dominio sulla città. Il 17 ottobre 1439 una bombarda sparata da Pietro, fratello di Alfonso d’Aragona, sfonda l’abside della basilica e sta per colpire il capo del Crocifisso, che schiva il colpo chinandosi sulla spalla destra. Così facendo, non subisce alcun danno.