Tra gli scritti di frate Francesco, uno conserva accenni autobiografici estremamente preziosi: si tratta del suo Testamento, dettato poco prima della morte; in esso Francesco giudicò peccaminosa la propria condotta giovanile.

Scrisse infatti di sé: «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi».

«Quando ero nei peccati»: si potrebbe pensar tutto e il contrario di tutto, perché il peccato si presenta sotto molte facce. È possibile capire qualcosa di concreto, tenuto conto che al dettato estremamente scarno del Testamento fanno riscontro testimonianze agiografiche che sembrano contraddirsi in pieno?

Vediamo anzitutto le fonti.

Tommaso da Celano dipinse un quadro fosco della fanciullezza e della gioventù del futuro santo, «il quale, sin dall’infanzia, venne insolentemente cresciuto dai suoi genitori secondo la vanità del mondo», dandosi, nell’adolescenza, a ogni genere di dissoluzione: Francesco superò così in vanità tutti i suoi coetanei, cercando di eccellere sugli altri nei giochi, nella curiosità, nei canti, nel vestire in modo ricercato.