Niente più quartieri residenziali moderni ed eleganti a Gaza. Nulla resta della favolosa costa con le luci degli alberghi a venti piani e delle piscine di lusso. I servizi essenziali che avrebbero dovuto essere ripristinati entro cento giorni rimangono fuori uso.
Della «Nuova Gaza» promessa a Davos rimane solo un progetto pilota, e il faraonico piano urbanistico di Jared Kushner si è sgonfiato fino a trasformarsi in un campo di prefabbricati. Le simulazioni digitali presentate durante lo show di gennaio dal presidente Usa e dal suo Board of Peace (BoP) non avevano nulla a che fare con la realtà. Nonostante in molti lo avessero fatto presente, a quello spettacolo autocelebrativo presero parte i rappresentanti di 19 Paesi.
OGGI IL BOP è costretto ad ammettere – implicitamente – che niente di quello che aveva promesso potrà essere realizzato. Tutto ciò a cui si punta, più che altro per non perdere la faccia, è un campo vicino Rafah con qualche container abitato all’incirca tra l’1 e il 4% della popolazione palestinese.
Il piano così rivisto, secondo i funzionari e i diplomatici che hanno parlato con il quotidiano inglese The Guardian, servirebbe a mantenere in vita il progetto, a «far qualcosa» piuttosto che ammettere di non essere riusciti a fare nulla. Anche perché, dicono le fonti diplomatiche, riconoscere il fallimento significherebbe lasciare via libera ai disegni più sanguinari del governo di Tel Aviv: bombardamenti a tappeto, occupazione totale, colonizzazione, deportazione e pulizia etnica. Non è detto, peraltro, che ciò non accada comunque, magari prima delle elezioni di fine ottobre, se il premier uscente dovesse realmente rischiare la bocciatura delle urne. Una simile offensiva cancellerebbe anche quel poco che resta del piano del BoP, che nel migliore dei casi partirebbe solo alla fine del 2026.






