Rispetto alla gran parte dei miei coetanei, sono cresciuto in ritardo. La cosa, ammetto, non mi creava disagio: ero quello bassino e mingherlino, che non si sarebbe visto in una grande piazza vuota, oggetto di battute sarcastiche e cattive; gli adolescenti sanno essere perfidi. Ma nonostante tutto il problema era confinato, chiuso in un recinto senza vie di uscita. E, sebbene gli altri e le altre facessero un mucchio di esperienze a cui io non potevo che assistere da testimone, non sentivo l’esigenza di far qualcosa a riguardo. Non di praticare uno sport che mi desse la struttura fisica che mi mancava né seguire una dieta che mi facesse ingrossare. Non stavo bene, no, ma neanche così male: di fatto, non avevo un rapporto con il mio corpo: era un dato di fatto a cui non mi ero mai interessato.
Poi sono arrivati gli anni dell’università e tutto è cambiato. È successo nell’estate del primo anno.
Frequentavo lettere, avevo dato gli esami che dovevo: ero sulla rampa di lancio per un’estate come si deve. Ma il primo giorno di mare, in spiaggia con i soliti amici, mi sono trovato a usare l’asciugamani per coprirmi. Coprire la pancia, ero grassoccio (appunto: non facevo sport in modo serio), le braccia e le spalle magre. Mi vergognavo del mio corpo; ecco una novità, ho pensato.
