Non è bastata l'ennesima riunione per dare il via libera al ventunesimo pacchetto di sanzioni Ue alla Russia. I rappresentanti permanenti dei 27 non sono riusciti a trovare la quadra nonostante la spada di Damocle della scadenza al price cap sul petrolio russo fissata per la mezzanotte di mercoledì. Le nuove misure avrebbero dovuto congelare il price cap a 44,10 dollari almeno fino a gennaio 2027, per evitare che questo schizzasse a 65 dollari sulla scia del rialzo delle quotazioni legato alle tensioni in Medio Oriente, andando a rimpinguare le casse di Mosca.
Con il nuovo meccanismo introdotto dall'Ue nel 2025, il price cap sul greggio russo viene infatti rivisto automaticamente ogni sei mesi, per mantenerlo al 15% sotto il prezzo medio del greggio Urals. Alla fine i 27 ambasciatori Ue hanno deciso di prendersi più tempo e prorogare l'attuale livello fino al 23 luglio. Servirà un atto ad hoc. Sul quale - salvo sorprese - il consenso di fatto c'è già.
Il congelamento fino al 23 luglio darà ai 27 più tempo per proseguire i lavori. La volontà comune - viene spiegato da più fonti europee - è arrivare il prima possibile all'approvazione del pacchetto. Tradotto: non ci sono veti politici o di principio. Ci sono, però, tanti punti aperti. E un equilibrio da raggiungere: perché ad ogni misura contro la Russia aumenta - in maniera variabile - il costo per i 27. Al ventunesimo pacchetto di sanzioni questi costi cominciano a creare più di un grattacapo, anche in chiave elettorale. Sul divieto di ingresso in Ue ai veterani russi - sul quale Italia e Francia avevano espresso nutrite perplessità - una quadra è stata trovata: il principio del divieto è stato mantenuto, il come viene affidato a un lavoro tecnico futuro.







