Si chiamano pre-print: come suggerisce il nome, si tratta di articoli (scientifici) caricati dai ricercatori su server appositi (il più famoso di tutti è arXiv, ma ce ne sono molti altri) prima del processo di revisione dei pari e della pubblicazione su riviste “ufficiali”. Una mossa che serve ad accelerare i tempi (tipicamente molto lunghi) dell’editoria scientifica e a rivendicare la paternità di una scoperta prima che lo faccia qualcun altro, e che si è spesso rivelata molto efficace – per esempio nel caso del CoViD, quando arXiv e simili furono letteralmente inondati di lavori sul sequenziamento del genoma del virus e sullo sviluppo del vaccino – per ottimizzare l’iter della ricerca e dare modo alla comunità scientifica di valutare un lavoro immediatamente dopo il suo completamento. I pre-print sono tanti, tantissimi, nell’ordine dei milioni, e dentro, oltre alla scienza, c’è di tutto. Anche cose che non ci sarebbero dovute essere: un nuovo studio, caricato su arXiv (sic!) ad aprile scorso e presentato all’Institute of Electrical and Electronics Engineering Symposium on Security and Privacy a San Francisco, in California, i cui autori hanno analizzato 2,7 milioni di pre-print, ha mostrato che l’88% dei documenti conteneva informazioni, per usare un eufemismo, “aggiuntive”: chiavi informatiche per accedere agli script utilizzati nelle simulazioni, coordinate Gps con gli indirizzi personali dei ricercatori, liste di cose da fare, password in chiaro e discussioni molto accese tra gli autori.
“Che c***o vuol dire questo?”, i commenti dimenticati dagli scienziati nei loro articoli - Galileo
Uno studio svela le “falle” di milioni di commenti di scienziati sui server di pre-print: password esposte in chiaro e molto altro







