di
Ilaria Sacchettoni
Parla uno degli arrestati per aver compiuto l'attentato: «Non sapevo chi è Ranucci»
Una foto — rintracciabile su Tik Tok— ritrae Pellegrino D’Avino in compagnia del «collega» Antonio Passariello e, più rilevante ancora, del factotum di Valter Lavitola, Gomes Clesio Tavares. Così, dal carcere di Rebibbia, D’Avino ha dovuto, ieri, confermare perlomeno una circostanza: la familiarità con l’uomo di Lavitola, suo «collega» nei lavoretti di vigilanza e servizio di sicurezza per locali e cerimonie private in Campania. Le sue ammissioni sono segnate da lacune importanti, alcune all’apparenza inverosimili: «Non conosco Sigfrido Ranucci, non sapevo neppure fosse un giornalista» ha ripetuto, tra l’altro, accanto al suo avvocato, Antonio Falconieri.
L’inchiesta sull’attentato esplosivo al conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, si concentra sugli arrestati per consolidare le prove e intanto marcia verso ulteriori acquisizioni. I carabinieri del Nucleo Investigativo, coordinati dal pm antimafia Edoardo De Santis, sono alle prese con un nuovo traguardo. Ricostruire l’intero patrimonio di Lavitola, al di là di quello che è risultato il suo principale interesse, quel Carbon Credit «di moda» fra imprese e soggetti privati che vogliano accreditarsi come amici dell’ambiente. Si punta, ora, al salto di qualità investigativo. Profilare il patrimonio del faccendiere, indagato in qualità di mandante della bomba a Ranucci, consente di stabilire tre circostanze.








