Li vediamo attraversare le strade con passo sicuro, sdraiarsi sui muretti al sole, comparire nei cortili all’ora della pappa. Il gatto che vive all’aperto, libero di muoversi e seguire il proprio istinto, nell’immaginario collettivo è spesso il simbolo di una vita più autentica: meno controllata, più vicina alla natura. Ma quella libertà racconta solo una parte della storia.
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Come ricordano anche recenti approfondimenti sul destino dei gatti che vivono senza una famiglia, la vita all’aperto non coincide automaticamente con una vita migliore: dietro l’immagine del felino indipendente possono nascondersi malattie, parassiti, ferite, fame, incidenti e una continua esposizione a rischi che un gatto domestico raramente incontra.
Per un gatto di casa che esce liberamente, però, c’è un ulteriore elemento da considerare: ogni ritorno tra le mura domestiche è anche un possibile ritorno da un ambiente biologicamente molto diverso dal nostro. Perché il gatto non porta dentro soltanto il profumo dell’erba, la soddisfazione della caccia o qualche traccia del suo viaggio. Può portare anche qualcosa che non vediamo. Microrganismi, parassiti, batteri e virus che possono passare dalla fauna selvatica al gatto e, in alcuni casi, arrivare fino alle persone. Non significa che ogni gatto che esce sia un rischio. Non significa che l’accesso all’esterno debba essere considerato un errore. Significa però che oggi la scienza ci invita a superare una visione romantica e semplicistica della libertà felina: il mondo esterno offre stimoli importanti, ma espone anche a una rete complessa di interazioni biologiche che coinvolge animali selvatici, animali domestici e uomini.






