Lorenzo Vita
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L’immagine del murale apparso nella piazza Enghelab di Teheran è chiara e non lascia spazio a molte interpretazioni. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è raffigurato in una bara, vestito in giacca e cravatta. E la frase in inglese e persiano a commento del feretro è una minaccia altrettanto esplicita: “Uccideremo Trump”. L’avvertimento è da tempo al centro del dibattito e degli slogan utilizzati dalle fazioni più radicali della Repubblica islamica.
La settimana di lutto per l’ex Guida suprema, Ali Khamenei, ha rafforzata la retorica nazionalista e messo in disparte l’ala più pragmatica, quella rappresentata dal presidente Masoud Pezeshkian e dai due principali delegati nei negoziati con gli Usa, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf. Ieri, l’ayatollah Alireza Arafi, il responsabile dei seminari sciiti e figura eminente del mondo ultraconservatore, ha dichiarato che i leader politici e militari iraniani dovrebbero “considerare l’accordo definitivamente chiuso e intraprendere la via del jihad e della resistenza”. “I dirigenti non devono continuare il percorso dei negoziati e di un accordo con i miscredenti che non rispettano alcun patto, invocando come giustificazione i problemi economici, il timore dei costi della guerra o dei danni alle infrastrutture”, ha tuonato Arafi. E questo è un segnale che preoccupa soprattutto perché coincide non solo con la paralisi delle discussioni, ma soprattutto con una crisi militare che non sembra ancora trovare una via d’uscita.












