MIRA «I carabinieri mi hanno svegliata questa mattina alle 3, venendo qui, a casa mia, per dirmi che mio figlio era morto. Lui aveva avuto un primo incidente e la sua macchina era ferma in mezzo alla strada, ma aveva fatto a tempo a chiamare a casa, ad avvisare che stava bene, che non era successo nulla di grave, poi non so cos’è successo». La mamma del 27enne Abdoulaye Diop è appena rientrata da Verona, dove gli agenti della polizia stradale le hanno spiegato la dinamica dell’incidente in cui suo figlio ha perso la vita, quando pronuncia queste parole. Nella casa di famiglia a Mira, intorno a lei, ci sono molti parenti e amici, tra cui le tre sorelle della giovane vittima. Sono loro a sorreggerla mentre parla. «Mi gira ancora la testa – continua –. Mi hanno detto com’è andata, ma ancora non capisco, non mi è chiaro nulla. Io so solo che ho perso un figlio e quando una madre perde un figlio, non ha più nulla».
PROGETTI DI VITA Abdoulaye si è trasferito a Mira con la famiglia quando aveva appena tre mesi di vita. Nel suo Comune aveva frequentato l’asilo, le elementari e le medie, prima di spostarsi a Mirano per studiare all’istituto tecnico Levi. Preso il diploma, il giovane si era iscritto all’università di Padova, alla facoltà di Giurisprudenza: studi che nell’ultimo periodo aveva un po’ messo da parte per dedicarsi a tempo pieno a quello che era, oltre ad un lavoro, il suo progetto di vita. «Era una sorta di talent scout, di manager per artisti emergenti – racconta uno dei suoi amici più stretti, Saoul Patrizio –. In parole povere, captava giovani cantanti e musicisti che riteneva validi artisticamente e li metteva in contatto con locali e eventi; permetteva loro di esibirsi e farsi conoscere dal pubblico, di emergere. Questo lo portava ad essere spesso lontano da casa, o comunque a fare costantemente avanti e indietro tra Venezia e Milano». La notte tra martedì e ieri, infatti, Abdoulaye era in viaggio verso la capitale lombarda. «L’ho visto l’ultima volta pochi giorni fa – continua Saoul –. In quell’occasione mi aveva confidato quanto fosse contento per come stava andando il suo progetto. Avrebbe dovuto andare a Milano a firmare un contratto di collaborazione con una casa discografica; un obiettivo che perseguiva da quando aveva trasformato in realtà la sua idea. Io ero felicissimo per lui, per questo suo appuntamento. Ora mi pento di esserne stato così entusiasta». UN CUORE BUONO Un uomo dal cuore buono. Così lo descrivono tutte le persone che negli anni hanno avuto modo di conoscerlo e trascorrere del tempo assieme a lui. «È necessaria una premessa – sottolinea l’amico d’infanzia –. Lui ha iniziato a frequentare le scuole di Mira più o meno 25 anni fa. Il mondo allora era diverso: era l’unico alunno di colore in una classe di “bianchi”. Nonostante ciò, nessuno si è mai inventato di discriminarlo. Questo perché lui è stato in grado di farsi voler bene fin da subito da tutti. A chi gli rivolgeva battute razziste o parole d’odio, lui rispondeva con l’amore. È sempre stato in grado di abbattere il muro dell’odio e della cattiveria con l’educazione e il dialogo. Spendeva ore a parlare con le persone delle difficoltà legate all’immigrazione, della fatica di essere italiani di seconda generazione in una società che si limita a guardare il colore della pelle. Tutti lo amavano anche per questo». UNA SECONDA FAMIGLIA Abdoulaye lascia tre sorelle, un fratello, i genitori, una fidanzata e un gruppo di amici che rappresentavano per lui una seconda famiglia. Il legame che aveva con loro era sorto già nei primi di anni di scuola, e con il passare del tempo non aveva fatto che consolidarsi. A loro, la notizia della scomparsa dell’amico è arrivata nella mattinata di ieri, come un fulmine a ciel sereno, attraverso il gruppo che avevano in comune con la vittima su whatsapp. «Lui era l’energia, la vitalità, l’allegria in persona – raccontano gli amici –. C’è una foto, in particolare, in cui lui indossa un cappellino del Venezia, una maglia con su scritto “Black lives matter” e si trova in una stanza semi-buia, per cui i suoi tratti vanno quasi a sparire e si vede solamente il suo sorriso gigante. Io credo che quella foto sia in grado di riassumere tutto di lui. Abdoulaye era questo: un sorriso enorme, e un veneziano che aveva nel cuore i diritti delle minoranze e di chi si trovava più in difficoltà». LA CASA Da qualche anno, per il 27enne la casa di famiglia era diventata troppo stretta. Non perché avesse l’intenzione di allontanarsi dalla sua famiglia, che amava sopra ogni altra cosa, ma per trovare quello spazio, libertà e indipendenza di cui ogni ventenne sente il bisogno. Si era dunque trasferito a un paio di chilometri di distanza dalla casa familiare, a Borbiago, dove viveva assieme al cugino, suo coetaneo. «Inizialmente, qui, trascorreva le giornate tra lo studio della giurisprudenza e quello della musica – concludono gli amici d’infanzia –. Poi ha cominciato a dedicare tutto il tempo che aveva a disposizione al suo progetto. Ore e ore ad ascoltare le canzoni di artisti emergenti, a capire quale fosse il momento e il luogo migliore per dar loro visibilità, a inventare nuove scenografie per i loro video, outfit, movenze, strategie. Oggi il mondo ha perso tanto, non sa nemmeno quanto».






