Il Mondiale Endurance ha una strana capacità: quando sembra aver trovato un padrone, riesce sempre a rimettere tutto in discussione. La Sei Ore di San Paolo non consegna soltanto il secondo successo stagionale alla BMW: consegna soprattutto un campionato che, arrivato esattamente a metà del suo cammino, è più aperto di quanto molti immaginassero dopo Le Mans. Sulla Sarthe, dove i punti valgono doppio, sembrava potesse nascere una fuga. Interlagos, invece, racconta un'altra storia.
Ferrari non ha vinto. Eppure lascia il Brasile con qualcosa che, in un mondiale, pesa quasi allo stesso modo: un secondo posto costruito con intelligenza, strategia e una capacità di esecuzione che continua a rappresentare il vero punto di forza della 499P. Alessandro Pier Guidi, James Calado e Antonio Giovinazzi hanno trasformato una pista storicamente difficile in un podio che nessuno, nemmeno dentro Maranello, considerava realmente alla portata. È il genere di risultato che spesso vale più di una vittoria conquistata su un circuito favorevole.
Dall'altra parte c'è una BMW che, dopo Spa, dimostra definitivamente di non essere più un'inseguitrice occasionale. Il progetto M Hybrid V8 è cresciuto gara dopo gara e oggi può guardare Ferrari negli occhi senza complessi. Alle loro spalle continuano a muoversi Cadillac e Toyota, pronte a inserirsi appena uno dei protagonisti commette un errore. È forse questo il vero volto del WEC moderno: nessun dominio, ma una battaglia continua tra costruttori che arrivano da filosofie tecniche e industriali completamente diverse.








