In pochi Paesi al mondo una partita dei Mondiali può trasformarsi in un fatto politico. In Argentina accade ogni volta che l’avversario è l’Inghilterra. Da giorni un coro torna a risuonare con particolare intensità negli stadi, ai concerti e nelle piazze: «Chi non salta inglese è». Non si tratta soltanto di folklore calcistico. È il riflesso di una memoria collettiva che unisce gli argentini attorno alle Malvinas, alla Selección e a Diego Maradona, tra le poche identità ancora condivise in un Paese profondamente spaccato.
LA GUERRA delle Malvinas (1982) non fu soltanto un conflitto internazionale: rappresentò l’ultimo tentativo di recuperare legittimità di una dittatura militare ormai travolta dalla crisi economica, dalla crescente mobilitazione popolare e dalle denunce per le violazioni sistematiche dei diritti umani. I generali erano consapevoli che la rivendicazione delle isole, occupate dalla Gran Bretagna dal 1833, godeva di un consenso trasversale nella società argentina. E infatti, almeno inizialmente, migliaia di persone riempirono Plaza de Mayo, sostenendo la loro riconquista. Ma a combattere quella guerra furono soprattutto ragazzi di leva di diciotto e diciannove anni, mandati al fronte senza equipaggiamento adeguato, esposti al freddo, alla fame e, in molti casi, anche alle violenze dei propri superiori.










