di Michele Agagliate

Quanto mi piace la Danimarca. Terra di paesaggi nordici, città ordinate, di un welfare che, pur con tutti i suoi limiti, funziona meglio che in gran parte d’Europa. Lo Stato dove uno studente non paga le tasse universitarie e può ricevere sussidi pubblici per vitto e alloggio, e dove la cultura politica prova ancora a ragionare sul lungo periodo.

È anche lo Stato in cui una prima ministra socialdemocratica sostiene che un’immigrazione non governata possa pesare soprattutto sulle classi popolari: chi lavora per salari più bassi spinge al ribasso i redditi di chi già lavora. Sia chiaro: la responsabilità non è dell’immigrato, ma di un sistema economico che sfrutta quella disponibilità per comprimere salari e diritti (Marx docet). Colpisce che la riflessione arrivi proprio da una leader socialdemocratica, segno che qualcosa si muove anche nelle famiglie politiche europee più moderate.

Ma ciò che trovo davvero interessante è la scelta della Danimarca di abolire il Ministero dell’Agricoltura e sostituirlo con un dicastero che mette al centro natura, ambiente e gestione sostenibile del territorio. Per 130 anni la Danimarca ha avuto un ministero il cui unico compito era tutelare chi produce cibo. Oggi al suo posto c’è un’istituzione che parte da una domanda diversa: che cosa serve alla natura, e come produrre cibo senza distruggerla? È un rovesciamento di prospettiva che, lo confesso, mi commuove: la produzione non è più il punto di partenza a cui la natura si adatta, ma diventa essa stessa soggetta ai limiti che gli ecosistemi impongono.